Ho accompagnato Maya oltre il velo (storie di gatti maestri), di Roberta Turci

Maya è arrivata nella mia vita nell’ottobre del 2002: fu un regalo del mio compagno di allora. Avevamo a lungo cercato inutilmente di avere un figlio, e lui vedeva nella mancata gravidanza la causa della crisi che stava sfilacciando la nostra relazione. Aveva sentito dire che i gatti persiani sono il frutto di selezioni fatte dagli allevatori, per ottenere una razza che ricordasse, con il suo musetto paffutello e i grandi occhi rotondi, il volto di un neonato, e potesse consolare le donne che non riuscivano ad avere figli…

Maya non riuscì a salvare il nostro rapporto, ma fu il più bel regalo che mi sia mai stato fatto.

Ne abbiamo passate tante insieme. Aveva appena sei mesi quando ebbe una crisi definita idiopatica. In piena notte la portai al pronto soccorso veterinario, terrorizzata all’idea di perderla. Ma lei superò la crisi, anche se le rimase a lungo una buffa andatura con la testolina un po’ piegata di lato. Poco tempo dopo, grazie alla eccezionale bravura – accompagnata da una rara empatia – della nostra veterinaria di fiducia, l’adorata dott.ssa Rita Biolzi, le fu tempestivamente diagnosticato un difetto cardiaco, e più tardi ancora sono state individuate le cisti renali, caratteristica dei gatti di razza che provengono da allevamenti poco seri in cui incrociano esemplari consanguinei.

Maya ha condiviso con me 13 anni della mia vita. Non era la mia gatta. Era la mia famiglia. L’unica certezza quando aprivo la porta di casa. Ha colmato tutti i miei vuoti e mi ha insegnato tante cose, su di me, sul prendersi cura, e sull’Amore. Soffrivo ogni volta che dovevo allontanarmi da casa per lavoro. In 13 anni, ho fatto una sola vacanza senza di lei. Ma la lezione più grande è arrivata con l’aggravarsi della sua malattia nel luglio del 2015, e con la sua partenza da questa dimensione il 6 ottobre dello stesso anno.

I mesi che seguirono la diagnosi infausta, furono un’agonia. Per la prima volta nella mia vita (e sapevo di essere stata fortunata in questo) vivevo l’esperienza di accompagnare un essere vivente alle fine dei suoi giorni. Maya mi stava insegnando il rispetto del ciclo della vita, l’accettazione della separazione, il lasciare andare senza accanimento. Non è stato facile: provavo un’angoscia devastante all’idea che sarebbe arrivato il momento di decidere per lei, facendole fare quella puntura che nella nostra società viene spesso definita “l’ultimo gesto d’amore. Nel profondo del mio cuore, sapevo che non c’era amore in quel gesto, ma il suo esatto contrario: la paura. Ero lacerata, dilaniata. Non accettavo l’idea dell’eutanasia, ma ero spaventata da quello che avrei dovuto gestire, da sola, fino al momento del distacco. Parlavo con lei e le chiedevo di aiutarmi a fare la scelta migliore per lei. Cercavo come una pazza risposte ovunque.

Una sera, navigando su internet, mi imbattei nella conferenza di presentazione di un libro: “Tenersi per zampa fino alla fine“, scritto da un veterinario veramente eccezionale, il dott. Stefano Cattinelli, e da una tanatologa, la dott.ssa Daniela Muggia, che si occupa da anni di accompagnamento empatico al fine vita. (Questo è il link al video.) E tutte le risposte che cercavo arrivarono. Ordinai immediatamente tutti i libri di Cattinelli, e gli mandai una mail chiedendogli una consulenza a distanza. Cito dal testo:

Tra sopprimere e curare a oltranza c’è accompagnare. Sentire che l’animale ha ancora un tempo tutto suo, speciale, unico, nel quale non vuole concludere la sua esistenza su un freddo tavolo d’acciaio né essere tormentato da inutili esami, che servono solo a tamponare il senso di inadeguatezza provato di solito tanto dal suo compagno umano quanto dal veterinario davanti alla sofferenza che non si esprime a parole, e alla morte.

Fino a quel momento (era già passato più di un mese dalla diagnosi, e le condizioni di Maya peggioravano), riuscivo a farle fare le flebo ogni due giorni per idratarla, e le somministravo sia farmaci allopatici sia omeopatici, con il prezioso e amoroso supporto della nostra amata veterinaria Rita. Il dott. Cattinelli mi spiegò che esistono cure palliative anche per gli animali, e che comunque l’insufficienza renale porta a uno stato di annebbiamento e confusione, dovuto alla disidratazione, che abbassa notevolmente la percezione del dolore fisico. Ma soprattutto mi fece una domanda emblematica: “Lei continuerebbe a mettere benzina nel motore di una macchina che non funziona?” E aggiunse: “Maya continuerà ad accettare la benzina finché non sentirà che lei è pronta a lasciarla andare“. Quella notte piansi tantissimo, stringendo Maya tra le braccia, che ormai era uno scricciolino spelacchiato, ma straripante di amore. E le dissi, guardandola nei suoi grandi occhioni: “Decidi tu. Se devi andare, vai. Ti accompagno.” Dal giorno seguente non accettò più di farsi fare le flebo. Riuscivo a somministrarle solo gli antidolorifici: si metteva nella posizione giusta e si lasciava fare la puntura. Anzi, veniva lei a chiedermela quando le ulcere in bocca le davano troppo fastidio. Dicono che gli animali, quando stanno male, si nascondono. Lei era sempre addosso a me. Si accucciava sul mio cuore, e sentivo che lei curava me e il mio dolore, più di quanto io stessi prendendomi cura di lei. Mi lasciò il tempo di dare l’esame scritto finale della Scuola di Counseling e di terminare il tirocinio. Arrivai a casa una sera, e lei era dietro la porta come sempre, ma non riusciva a reggersi sulle zampe. Le avevo preparato da settimane un ampio spazio dove aveva tutto a disposizione senza affaticarsi, accanto al divano. Ci siamo sdraiate lì, e siamo rimaste così fino alla serata successiva. Ancora una volta sole, lei e io.

24 ore con Maya sul cuore, fino al suo ultimo gesto: raccogliendo tutte le forze che le erano rimaste, si sollevò, fece un miagolio e con la zampina mi diede una carezza. Poi cominciò a rantolare. La sua anima era volata via, e io rimasi lì, con il suo corpicino tra le braccia, immobile e sospesa sulla soglia dell’invisibile. Qualcosa che non credevo di essere in grado di affrontare. La sera prima, avevo acceso un cero: si è spento con lei.

La mattina seguente sono venuti a prenderla per la cremazione. Ho messo a posto la casa, ripulito e disinfettato tutto, e poi sono uscita a fare una passeggiata. C’era un bel sole, il cielo era limpido. E all’improvviso alzo la testa, e la vedo lì. Una nuvola bianca, come lei, con il suo testolino e il cuscino su cui era solita dormire. Ho fatto una fotografia, e per settimane non ho avuto il coraggio di mostrarla a nessuno…

Decisi di non prendere più gatti, almeno per un po’, ma circa 6 mesi dopo, fece la sua comparsa nel giardino dei vicini (io abito al primo piano) un micione pauroso e dolcissimo che ha mostrato da subito uno strano attaccamento a me, nonostante ci fossero persone affettuose a prendersi cura di lui. Mi aspettava sul muretto, mi chiamava, e un paio di volte mi ha seguito fino al mio appartamento. L’ho sempre riportato giù perché non mi sembrava giusto negargli il suo giardino e la sua libertà. Sapevo che non sarei mai stata capace di lasciare libero in strada un gatto che viveva con me. Ma il 20 agosto, giorno in cui Maya avrebbe compiuto 14 anni, il micio magico (che io avevo continuato a chiamare MicioTato nonostante i miei vicini di casa gli avessero dato un altro nome) ha deciso di tornare su da me, e da allora non se ne è più andato (con il consenso dei vicini che dopo poco tempo hanno traslocato).

Passa ancora qualche mese, e decido che non posso lasciare MicioTato da solo. Un’amica gestisce una colonia, i cui gatti sono in cura dalla nostra amata veterinaria Rita, il cui supporto non è mai mancato. Desideravo una gattina nera, come quella che per pochi mesi avevo avuto anni prima, e nella cucciolata, tre erano nere. Dopo tanti dubbi, vado a prendere Lilith, ed è subito amore. Tra lei e me, e tra lei e MicioTato. Lilith non è un gatto persiano, ma ha il pelo lungo e una coda folta proprio come quella di Maya, e sulla sommità della coda c’è una spruzzata di bianco, come se qualcuno avesse tenuto Maya per la punta della coda e l’avesse intinta nella vernice nera! Lilith ha usato da subito la cuccia di Maya, che MicioTato aveva ignorato, ha scovato i suoi nascondigli, ha preso immediatamente le sue stesse abitudini. Ho sentito da subito lo stesso odore, la stessa energia, lo stesso Amore. Ho riconosciuto nei suoi occhi la stessa anima.

Ad appena due mesi, Lilith ha avuto una brutta congiuntivite. Dopo averla curata per un paio di giorni con un collirio omeopatico che uso anche per me (somministrarle i farmaci allopatici è stato impossibile!), e vedendo che non le passava, le ho detto: “Non è necessario che ti faccia carico tu della mia rabbia. Preferisco avere io la congiuntivite“. Il giorno dopo Lilith non aveva più niente, e la congiuntivite è venuta a me…L’ennesima conferma che i nostri animali, e in particolare i gatti, ci proteggono e si fanno carico della nostra sofferenza. Come si legge nello splendido testo “Animali specchio dell’anima” di Ruediger Dahlke e Irmgard Baumgartner, gli anima-li lavorano insieme a noi per la nostra crescita spirituale.

MicioTato soffre di asma allergica. Sto lavorando su di me per comprendere cosa vuole dirmi, e come posso aiutarlo. Sto valutando di fare una costellazione sistemica con il dott. Cattinelli. (per informazioni, questo è il suo sito) E sto cercando di curarlo nel modo più naturale possibile, ricorrendo al cortisone solo nei momenti più critici, perché non posso pensare di non avere per i miei animali, lo stesso riguardo che ho per me stessa. Sono un chimico e so quali danni può fare l’uso eccessivo di farmaci. Da molti anni (ne ho parlato qui) ho imparato che il corpo è lo strumento che l’anima usa per comunicarci le sue disarmonie, e la salute si conserva aiutando il corpo a ritrovare il naturale stato di equilibrio, che i farmaci alterano. Perciò prediligo curarmi con agopuntura, omeopatia, fitoterapia e floriterapia, finché è possibile. Gli animali (come i bambini) sono molto ricettivi alle cure naturali e vibrazionali (come i fiori di Bach e l’omeopatia) proprio perché non hanno la sovrastruttura dell’ego che filtra e a volte boicotta l’informazione energetica. Le loro anime pure, vibrano in accordo con le leggi dell’Universo senza fare resistenza. Accolgono la vita e la morte nell’accettazione e nell’amore incondizionato. Accolgono noi, loro compagni umani, senza giudizio. Dovremmo imparare da loro, e seguire i loro insegnamenti anche quando ci relazioniamo con altri esseri umani.

La morte è parte della vita, e dobbiamo imparare ad accettarla. Non vorremmo mai separarci da coloro che amiamo, e soprattutto non siamo stati educati a contattare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo paura di accompagnare i nostri animali (e spesso anche i nostri cari umani) durante l’ultimo viaggio: abbiamo paura di guardare in faccia il nostro dolore. Scegliendo l’eutanasia, craccontiamo di voler evitare a loro la sofferenza, ma è la nostra sofferenza che non vogliamo affrontare. L’eutanasia non ci risparmia il dolore della perdita, ma riduce al minimo il periodo in cui siamo costretti a contattare la sofferenza, e ci evita la “discesa nel nostro inferno personale”, ovvero nel nostro mondo emozionale, dove si nascondono ferite profonde e paure.

Cito ancora dal libro “Tenersi per zampa fino alla fine”:

“Più saremo stati presenti nel seguire con amore le piccole grandi sfide che l’animale ci chiede di vivere e più saremo in grado di affrontare la trasformazione della sofferenza che il lutto comporta; più saremo stati compassionevoli con lui e più saremo compassionevoli con noi stessi, permettendo a questo dolore di uscire attraverso la tristezza e le lacrime, segno oggettivo che la nostra relazione è stata emozionalmente viva.”

Spero che nessuno colga in questo scritto una sorta di giudizio nei confronti di chi ha preso decisioni diverse di fronte alla malattia del proprio amato animale. Credo semplicemente che in questa epoca di grandi cambiamenti, che ci sta traghettando verso un nuovo paradigma, sia arrivato il momento di riflettere anche su questo tema.

Nel libro “Amici fino alla fine”, Cattinelli scrive:

Per l’animale la morte non è un mistero da capire, va semplicemente vissuta. In Natura la morte è come la nascita, esiste e basta, nei confronti della morte l’animale non proverà alcun dolore o sofferenza emozionale. Unica eccezione l’animale la sperimenta al macello, dove emozionalmente gli animali provano un dolore intenso perché avvertono l’ambiente circostante e percepiscono la violenza di una morte provocata anzitempo.

Gli animali sono nostri maestri: ci scelgono, ci guidano e ci sostengono, affidandosi completamente, e spesso sacrificandosi per noi. Ci fanno da specchio per farci vedere le nostre paure e le nostre ferite. Il loro dolore emozionale di fronte alla loro stessa morte è il riflesso del nostro dolore. Il modo migliore per ringraziarli per l’Amore incondizionato che ci offrono, è vivere al loro fianco anche l’ultimo viaggio, con serenità e consapevolezza, trasformando il dolore in Amore, e guarendo così anche noi stessi.

Roberta, Maya, Miciotato e Lilith