#sicurezzaemotiva_1: Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio, di Roberta Turci

Puoi celebrare un perfetto sconosciuto per ciò che scrive, per le sue performance sportive, per come canta, suona o balla, per l’impero che ha costruito. Ma se a fare qualcosa di buono è qualcuno che conosci bene, e che magari definisci anche amico o amica, non puoi permetterti di riconoscerlo. E non parliamo proprio dei familiari. Ci hai fatto caso?

Esempio: non ti perdi un concerto della Pausini e sai tutte le sue canzoni a memoria, ma la tua compagna di scuola che è diventata una cantante famosa, ti sta antipatica e pensi che di sicuro ha pagato (in vari sensi) per raggiungere il successo (a meno che non ti sia utile in qualche modo. In tal caso le fai un sacco di complimenti, ma di fatto ai suoi concerti non vai e non compri i suoi dischi, né promuovi la sua musica).

L’effetto specchio con le persone che si relazionano con te, è sempre in agguato. ”Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio.”

In sostanza: esercizi continui per l’ego, che deve morire.

Ma la ricerca di riconoscimento è insita nella natura umana. È non sentirsi riconosciuti che attiva le ferite, che costringe prima o poi a sostenersi da sé, a diventare grandi, ad andare avanti ascoltando il proprio cuore senza aspettarsi premi e medaglie.

Se è vero che abbiamo bisogno di amore, e non di applausi, a volte un applauso scalda il cuore, sentirsi sostenuti aiuta a procedere più sicuri. Per questo, dovremmo sforzarci di incoraggiare le persone anche quando sarebbe più facile criticarle o tacere.

Per molti, molti anni ho detestato quelli che si autocelebrano, e ancora oggi, il mio ego spesso sussulta. Ma adesso so perché lo fa. E lo smaschero subito: “vorresti dire che sei più brava tu, vero? Che quello/a lì fa un po’ pena, che tu lo faresti meglio…ma ti hanno detto che non si fa, che chi si loda s’imbroda, che le persone davvero intelligenti, tacciono e agiscono in silenzio”. Uff che noia. Allora perché gli altri lo fanno e funziona?

Dare voce al bambino interiore a volte sembra funzionare. Ma alla lunga non funziona più. Molto meglio riderci su, e dire a se stessi: ok, dai, datti da fare, qui c’è ancora lavoro per te!

Tra l’altro, ho scoperto una cosa bellissima! Ogni volta che incoraggio, sostengo, esprimo ammirazione per qualcuno, sento una grande gioia e fa bene anche a me.

Comincia col dare agli altri ciò di cui hai bisogno tu. E vedrai che torna…

Siamo tutti connessi: quando decidi di accorgertene, è evidente!

La sicurezza emotiva si conquista anche così.

È un tema caldo di questi tempi. #sapevatelo #lavoriamocisu #sicurezza #cuore #siamouno

Roberta

Riflessioni di fine anno, di Roberta Turci

Il 2018 è stato per me un altro anno di grande crescita. Intenso, costruttivo, emozionante. Ho spezzato schemi, modificato dinamiche, deposto armi. Ho smesso di combattere contro quello che avvertivo come un freno. Mi sono arresa, l’ho lasciato fare. Ho imparato a stare nella gratitudine, ogni giorno. Prima lo dicevo a parole. Adesso è un’emozione, vera, profonda. È una vibrazione che sento, e mi dà forza a ogni passo. Ho mostrato più spesso il dolore, e molto meno la rabbia. Non ho più paura che gli altri vedano la mia vulnerabilità. Certo, non la offro in pasto a chi non la saprebbe accogliere. So proteggermi.
Ogni tanto ho ancora voglia di prendere qualcuno a sprangate nei denti. È dolore che ancora non va via… E so che ogni ostacolo è un’occasione per superare un altro limite.
Ma sono sicuramente molto più sulla mia strada, molto più simile a me. Faccio cose che amo, incontro sempre più persone che vibrano alla mia frequenza, so accogliere quello che arriva e riconoscerne il valore. Lascio che il mio corpo si esprima e imparo a prendermene cura, ogni giorno un po’ di più. Anche in questo ho ancora molto da fare… Ci sono persone che mi vedono per quella che sono, e persone che forse non ci riusciranno mai. Per questo a volte è immensa la gioia, altre è infinito e profondo il dolore. Ci sono cose che ancora fatico ad accettare, pur comprendendo che sono funzionali alla mia crescita. Ogni tanto sono stanca di crescere, e mi sento come se certe lezioni fossero riservate solo a me, ma ho imparato ad accorgermi in fretta delle vecchie ferite che si attivano a tradimento, e le guardo, le accarezzo, le curo. Non mi fregano più. 😏 Sono sicura che arriveranno nuove sfide, che qualcosa ancora emergerà dall’ombra, che mi sorprenderà. E mi sembrerà che tutto sia stato inutile, e mi sentirò sprecata, sola, spaventata. Ma sono anche sicura che saprò attingere alle risorse che ho finalmente attivato, al mio coraggio, alla mia forza, e saprò trasformare ogni ombra, come sempre. E so anche che la vita saprà sorprendermi con la gioia di miracoli inattesi, come già è accaduto quest’anno… Oggi mi è rimasto lo stesso rimpianto di un anno fa: nemmeno nel 2018 ho visto il mare. Rimedierò presto, questa volta lo farò davvero. Ho comunque navigato nel mio oceano interiore ogni giorno, sono annegata nelle emozioni e riemersa ogni volta, ho costruito zattere con relitti e superato barriere di sassi e corallo. Ho cavalcato onde anomale, gettato salvagenti. Qualche volta, li hanno gettati a me. Ho scrutato l’orizzonte, ammirato albe e tramonti, mi sono lasciata cullare dalle acque, e sono approdata sulla riva. Ma è già tempo di ripartire, infinitamente grata per tutto ciò che è stato, per ciò che è e per ciò che sarà. 🙏

💖robi💖

ASTRO-TUTORIAL per neofiti: come individuare le lunazioni nel proprio Tema Natale

In questo video trovate indicazioni su come leggere la carta natale, individuare i gradi ai quali si verificano eventi astrologici significativi e dare un’interpretazione sulla base della casa o delle case interessate.

AstroTutorial

Spero vi sia utile!

Alla prossima!

Roberta

22 dicembre 2018: Luna Piena in Cancro, la quiete prima della tempesta

L’ultimo Plenilunio dell’anno illumina le nostre emozioni, avvolgendole di tenerezza e calore, con la complicità dell’atmosfera natalizia: è la quiete prima della tempesta.
Subito dopo il Solstizio d’Inverno, con il Sole appena entrato nel segno del Capricorno, la Luna, a 00°49′ del Cancro, si fa piena il 22 dicembre alle 18:49 nella propria dimora.
C’è una gran voglia di casa, di famiglia, di sentirsi avvolti e protetti, al sicuro. Il nostro bambino interiore reclama il suo nido, il nutrimento, il senso di appartenenza.
L’asse sollecitato è lo stesso dei Nodi Lunari, quello che sarà fortemente interessato dalle Eclissi del 2019, la prima delle quali sarà il 6 gennaio, in concomitanza con il primo Novilunio del nuovo anno, proprio nel giorno in cui Urano riprende il moto diretto… e sarà tempesta!
Questa quiete ovattata del Plenilunio pre-natalizio è dunque solo apparente.
Il bambino che siamo stati, con tutte le sue ferite, i suoi vuoti, le sue paure, si trova di fronte all’adulto che siamo diventati, e chiede spiegazioni: “Perché ti prendi cura degli altri e non di me? Perché ti preoccupi di cosa pensano di te, e non di far vibrare il tuo cuore?
Diamo agli altri quello di cui noi stessi abbiamo bisogno. Questa è la verità.
Prendersi cura di tutti, rendersi indispensabili, essere sempre disponibili è una forma di potere, una sottile strategia di manipolazione per non restare soli, per avere apprezzamento e riconoscimento. Ma alla lunga non funziona più. Come non funziona cercare di corrispondere a modelli, a schemi, o controllare eventi e persone per sentirsi al sicuro.
Se non siamo veramente in ascolto di ciò che chiede il nostro cuore, prima o poi ci perdiamo.
Se non impariamo dagli avvenimenti spiacevoli e dolorosi, la vita rincara la dose finché non comprendiamo.
Se quello che facciamo per gli altri non viene da un cuore appagato, arriva il momento in cui ci sentiamo consumati, ci ammaliamo, cerchiamo compensazione nel cibo, nel rumore, in ogni genere di evasione pur di non sentire il vuoto. Finché non basta più niente.
Il nostro bambino interiore vuole essere nutrito. Un cuore vuoto non può riversare nulla in altri cuori. 
E allora, ecco che questa quiete può diventare il silenzio dal quale si fanno sentire le lacrime mai piante o nascoste. Ecco che all’improvviso guardi in faccia le tue ferite e decidi di non essere più vittima di quel dolore mai veramente accolto e trasformato.
All’improvviso, ti accorgi che puoi cambiare. Modo, comportamento, strada, vita.
Ti accorgi che puoi accogliere la tua vulnerabilità, che puoi amare te stesso, il tuo corpo, il tuo presente, puoi onorare la tua vita, celebrarla in ogni piccolo gesto, rispettandoti.
Si dice che a Natale siano tutti più buoni. In realtà sono tante le persone che si lamentano di essere troppo buone, ma nessuno lo è. 
Se quello che fai, lo fai col cuore, non penserai mai di essere troppo buono. Il cuore di chi ama se stesso non mendica nessun genere di attenzione o riconoscimento: è già ricco così!
Ma se pensi di essere troppo buono, se ti senti in credito con la vita, è perché il tuo bambino interiore sta gridando. Ascoltalo, abbraccialo, nutrilo. Gioca con lui.
Se non impari ad amarlo, se non impari ad amarti, non avrai mai nulla da dare veramente. E ogni tuo gesto sarà la mano tesa di chi elemosina surrogati d’amore. 
Il tema dell’amore di sé diventa sempre più urgente, cresce di intensità di mese in mese, e richiama la nostra attenzione usando tutta la sua potenza.
Ma cosa significa davvero amare se stessi?
Significa trovare il tempo per fare ciò che ci entusiasma, che non ci fa sentire la stanchezza, che ci fa battere il cuore e brillare gli occhi, significa saper dire di no quando è troppo, assumersi le responsabilità senza calpestare se stessi, rispettare il proprio corpo, riconoscere la propria anima, allontanarsi da chi ci usa, ci ricatta, ci fa sentire in colpa, non ci sostiene e non ci valorizza, significa tenere le distanze dalle lamentele sterili e dalle persone che si appoggiano a noi, delegandoci la loro felicità. Significa scegliere di avere accanto solo chi accende il nostro sguardo, perché ha riconosciuto prima di noi la luce che abbiamo dentro. Significa non avere paura di essere felici.
Accendi in te tutte le luci, e riconosciti il diritto di goderti questo viaggio meraviglioso che è la vita!
Te lo auguro dal cuore, e lo auguro anche a me.
Un abbraccio di Luce
Roberta

23 novembre: Luna Piena in Gemelli, di Roberta Turci

Venerdì mattina, 23 novembre, alle 6:39, la Luna sarà Piena, a 00°52′ del segno dei Gemelli.

Ci sono ben 7 pianeti in segni mobili: Sole, Mercurio e Giove in Sagittario, Luna in Gemelli, Marte, Nettuno e Chirone in Pesci. Tutto cambia velocemente!

Particolarmente interessati da questa Luna coloro che sono nati nei primi giorni di Gemelli, Sagittario, Vergine e Pesci, o che hanno pianeti o angoli del cielo tra 0° e 2° dei segni mobili, ma anche i nati degli ultimi giorni di Toro, Scorpione, Acquario e Leone o con pianeti e angoli del cielo intorno ai 28-29° dei segni fissi,

Mercurio, governatore dei Gemelli, e quindi Signore di questa Luna, è retrogrado in Sagittario: è tempo di contemplazione, di riflessioni, di introspezione. Giove, congiunto a Sole e Mercurio, amplifica sensazioni ed emozioni, e rischia di portar fuori in modo incontrollato quello che non si riesce più a nascondere…

Mercurio è quadrato a Nettuno: è necessario aprire il canale dell’intuizione e dell’immaginazione. La logica e la razionalità non ci sostengono in questo momento di fortissimi cambiamenti. Potremo sentirci confusi, e anche irritabili e intolleranti. Non è ancora il tempo dell’azione.

Tra l’altro, Nettuno torna diretto domenica 25: verranno alla luce segreti, soprattutto per chi ha pianeti o angoli del cielo agli ultimi gradi di Cancro e Capricorno, dove si trovano ora i Nodi Lunari, che formano una croce con Venere e Urano, opposti sull’asse Ariete/Bilancia. Molte persone si troveranno “costrette” a riconoscere parti di sé che avevano rimosso o volutamente ignorato. Emergeranno i conflitti tra appartenenza e libertà. Diventa sempre più difficile rimanere in un “posto” solo per dovere.

Siamo alla ricerca della nostra verità, che è solo nostra, ma proprio per questo è l’unica valida, autentica. C’è qualcosa in noi che viene a galla, che chiede di essere espresso, le emozioni premono per rivelarsi ed esprimersi, ma non sanno ancora dove e come. C’è tensione, ed è bene non scaldarsi troppo. Ma è comunque necessario accogliere quello che arriva e lasciare che trovi la sua strada.

Marte quadra Sole, Luna, Mercurio e Giove: la rabbia preme. Forse è rabbia verso di sé, verso la propria incapacità di mostrarsi, di dichiarare i propri bisogni, di esprimere i propri desideri. Bisogna lasciare che tutto fluisca, nel rispetto di sé e degli altri, sempre. Ma deve fluire, deve uscire, altrimenti sarà il corpo a esprimere tutti i disagi…

Siamo in un momento di cambiamenti epocali, in cui un nuovo paradigma sta facendosi largo. Molte persone sono pronte a lasciare andare completamente un certo tipo di modelli relazionali. Stiamo imparando ad amare noi stessi, a darci valore, a chiedere quello che ci spetta, quello che meritiamo. Possiamo dare voce alla nostalgia, al sentire, alla voglia di vibrare, di cantare, di tremare. Stiamo imparando un nuovo modo di comunicare. Con gli occhi, con il cuore, senza bisogno di troppe parole.

Buon Plenilunio!

Roberta

La morte deve insegnarci ad amare di più la vita

Ricordo che avevo poco più di sei anni la prima volta che ho incontrato la morte. Un mio compagnetto delle elementari era stato investito da una macchina, e noi tutti siamo andati al suo funerale. Ricordo bene che c’era tanta gente, piangevano e si disperavano, e io in silenzio osservavo. Dentro di me mi chiedevo: “ ma staranno piangendo perché Robertino non ha più una vita da vivere, o perché a loro mancherà Robertino?” Non ho mai osato fare questa domanda a nessuno, ma la risposta me la sono data da sola negli anni a venire. Di fronte alla morte di qualcuno che amiamo, è la mancanza che ci spezza il cuore. Il dolore è figlio dell’attaccamento.
Succede anche quando le relazioni finiscono perché uno dei due se ne va. Non vuoi vedere l’altro felice. Vuoi che resti. Anche se non lo ami. Anche se non vuole restare.
Ogni abbandono è un po’ morire. Solo che la morte è più onesta, perché ti toglie anche la speranza. A volte penso che sia più facile rassegnarsi alla morte di qualcuno che a un abbandono: la morte ti toglie dall’attesa, dalla speranza che quella persona torni per dirti “ho sbagliato, non posso stare senza di te”. È sempre tutto un gioco di specchi: vediamo il nostro valore riflesso in quello che gli altri fanno o non fanno. Un bambino piccolo che perde sua madre penserà sempre che lei l’ha lasciato solo perché lui non meritava il suo amore. L’essere umano ha bisogno di sentirsi accolto e nutrito. Qualunque distacco ti lacera dentro, come se ti strappassero un lembo di carne…
E invece la morte è un ritorno a casa, è un varco che si apre verso l’Assoluto. È l’altra faccia dell’Amore, il ricongiungimento con la nostra vera natura. Ma noi esseri umani la temiamo così tanto che ci raccontiamo un sacco di bugie per sopravviverle.
Quando qualcuno muore, pensiamo che da quel momento sarà una specie di santo protettore, dimenticando che il viaggio di un’Anima continua, e i morti hanno altro da fare che proteggere i vivi…
E poi i morti diventano tutti perfetti, come se la morte fosse una specie di amnistia. Qualcuno che da vivo non ti ha amato e rispettato, diventa nella memoria l’unica persona capace di amarti davvero.
E se non hai mai abbracciato quella persona, se non le hai mai detto quanto la amavi, di fronte alla sua morte ti accorgi di aver sprecato vita, ti senti in colpa, vivi nel rimpianto.
È facile onorare i morti, farli diventare idoli, o per meglio dire, alibi e rifugi.
La parte più difficile è onorare i vivi e la vita, mentre c’è.
E poi, di fronte alla morte di qualcun altro, pensi inevitabilmente alla tua. Se potessi guardarti indietro come se fosse il tuo ultimo istante, sapresti quello che vuoi cambiare. Ma il recinto sicuro in cui ti sei rinchiuso, in un attimo ti inghiotte di nuovo, e tu dimentichi tutto. Dimentichi che sei venuto al mondo per onorare la vita. E soprattutto te stesso.
La paura della morte ci dice quanto abbiamo paura di essere vivi!
La morte deve solo insegnarci ad amare di più la vita. La nostra vita.
Perciò ama la tua vita. Amala adesso!

Roberta Turci

24 ottobre 2018: Luna Piena in Toro, di Roberta Turci

Il Sole entra nel segno dello Scorpione il 23 ottobre alle 13:22, e la sera seguente, alle 18:45 del 24 ottobre, si ha il Plenilunio, a 1°13′ del segno del Toro, con la Luna congiunta a Urano. In quel momento ci sono ben 7 pianeti nei segni fissi: Sole, Venere, Mercurio e Giove in Scorpione, Marte in Acquario, e Luna e Urano nel Toro.

La Croce Fissa, che coinvolge anche l’asse dei Nodi Lunari, rappresentazione del passato (Nodo Sud in Acquario) e del futuro (Nodo Nord in Leone) a livello collettivo, ci chiede di aprire le braccia al cambiamento, di guardare le cose in un modo nuovo, che lasci spazio alla nostra creatività e che faccia vibrare il cuore. Il bisogno di sicurezza, insito nell’essere umano, ci tiene ancorati a ciò che conosciamo, ai modelli che ci hanno trasmesso fin dall’infanzia, alle certezze che ci siamo costruiti per sentirci al sicuro. Ma la crescita e l’evoluzione passano dal cambiamento, e questo è il momento per trovare il coraggio di rompere schemi (vedi Urano in Toro), affidandosi a intuizione e immaginazione, come indica il trigono tra Mercurio e Nettuno.

Con il Sole congiunto a Venere da un lato, e la Luna congiunta a Urano dall’altro, si acuisce il conflitto tra bisogno di sicurezza, che spesso sconfina in possessività, manipolazione, e gelosia, e libertà di espressione e indipendenza. Toro e Scorpione sono entrambi legati alla paura di perdere qualcosa o qualcuno: guarda dove cadono i primi gradi di questi segni nel tuo tema natale.

Se sono interessate le case I, V, VII, XI, è decisamente arrivato il momento di cambiare le dinamiche di relazione. Chiediti se tieni in piedi un rapporto, di qualunque genere, per un coinvolgimento del cuore, o perché hai paura: della solitudine, del giudizio, di far soffrire qualcuno e non saper gestire il tuo senso di colpa. Chiediti se stai esprimendo te stesso/a nella relazione, o se stai limitando l’espressione della tua parte più autentica e viva. Stai forse scendendo a ogni genere di compromesso pur di salvare qualcosa che ti fa sentire protetto/a, che ti assegna un ruolo riconosciuto dalla società, o per dimostrare al mondo che tu non hai fallito?

Se sei single, chiediti cosa ti spaventa della relazione, cosa non vuoi vedere di te stesso/a rispecchiato nell’altro. L’altra faccia della libertà e dell’autonomia, è la paura di essere guardato/a da vicino, il timore che l’intimità guasti la magia, la convinzione che dietro la maschera non sei né gradevole né amabile. Forse scegli il distacco emotivo per proteggerti dal dolore dell’abbandono?

Se sono interessate le case VI, XII, IV, X, può darsi che il cambiamento riguardi il lavoro e la carriera, ma più in generale ha a che fare con quanto hai trovato e seguito la tua strada, quanto sei pronto/a a mettere in discussione le tue abitudini, la tua routine, a cambiare i colori delle pareti di casa tua, sia in senso letterale sia metaforico (che poi è la stessa cosa, perché l’uno è la proiezione dell’altro).

L’asse II/VIII è legato al valore che ti dai, a quanto ti autorizzi a mostrare al mondo i tuoi talenti, a quanto condividi le tue risorse, all’intento con cui lo fai.

L’asse III/IX riguarda il modo in cui comunichi, quanto rimani vincolato/a a ciò che conosci da sempre, quanto sei disposto/a ad aprirti a ciò che è lontano, diverso da te e da quello che è stato il tuo mondo finora.

Le emozioni che questo Plenilunio scatena sono improvvise, intense e profonde, e sono un trampolino verso il nuovo, che per quanto inatteso, si rivelerà solido e duraturo, grazie al trigono tra Saturno e Urano.

Finalmente ti accorgi che finora hai vissuto in una gabbia, per sentirti al sicuro. L’hai rivestita d’oro, ti sei convinto/a che fuori avresti trovato un luogo freddo e inospitale in cui non ci sarebbe stato per te alcun nutrimento, hai sempre pensato di non essere in grado di sopravvivere da solo/a fuori da quella gabbia o che dovevi rimanere lì per sostenere qualcun altro, prigioniero/a di dinamiche disfunzionali basate sul bisogno e sulla dipendenza, ma adesso puoi decidere di liberare il cuore…

Questo Plenilunio è la fine di un ciclo e l’inizio di una nuova fase: osserva quello che accade fuori e dentro di te. Qui sta cominciando qualcosa che ti condurrà fuori dalla gabbia, e il compimento arriverà con l’Eclissi del 21 gennaio 2019, l’ultima sull’asse Leone/Acquario: sarà un’Eclissi Lunare Totale a 0°52′ del Leone, in quadratura esatta al punto in cui si trova ora Urano…

Smetti di credere di non meritare di più. Smetti di raccontarti che da solo/a non ce la faresti. Non puoi bastare a te stesso/a, ma non puoi nemmeno dimenticarti di te per garantirti un qualunque sostegno. C’è da trovare un nuovo equilibrio: la tua anima selvaggia, che conosce la tua vera natura e i desideri del tuo cuore, vuole uscire dalla gabbia, sente il richiamo del profumo dei fiori, della musica e dei colori che dipingono il mondo dall’altra parte della paura.

Nella gabbia potrai sentirti al sicuro, ma non sarai mai tu.

Roberta Turci

Ho accompagnato Maya oltre il velo (storie di gatti maestri), di Roberta Turci

Maya è arrivata nella mia vita nell’ottobre del 2002: fu un regalo del mio compagno di allora. Avevamo a lungo cercato inutilmente di avere un figlio, e lui vedeva nella mancata gravidanza la causa della crisi che stava sfilacciando la nostra relazione. Aveva sentito dire che i gatti persiani sono il frutto di selezioni fatte dagli allevatori, per ottenere una razza che ricordasse, con il suo musetto paffutello e i grandi occhi rotondi, il volto di un neonato, e potesse consolare le donne che non riuscivano ad avere figli…

Maya non riuscì a salvare il nostro rapporto, ma fu il più bel regalo che mi sia mai stato fatto.

Ne abbiamo passate tante insieme. Aveva appena sei mesi quando ebbe una crisi definita idiopatica. In piena notte la portai al pronto soccorso veterinario, terrorizzata all’idea di perderla. Ma lei superò la crisi, anche se le rimase a lungo una buffa andatura con la testolina un po’ piegata di lato. Poco tempo dopo, grazie alla eccezionale bravura – accompagnata da una rara empatia – della nostra veterinaria di fiducia, l’adorata dott.ssa Rita Biolzi, le fu tempestivamente diagnosticato un difetto cardiaco, e più tardi ancora sono state individuate le cisti renali, caratteristica dei gatti di razza che provengono da allevamenti poco seri in cui incrociano esemplari consanguinei.

Maya ha condiviso con me 13 anni della mia vita. Non era la mia gatta. Era la mia famiglia. L’unica certezza quando aprivo la porta di casa. Ha colmato tutti i miei vuoti e mi ha insegnato tante cose, su di me, sul prendersi cura, e sull’Amore. Soffrivo ogni volta che dovevo allontanarmi da casa per lavoro. In 13 anni, ho fatto una sola vacanza senza di lei. Ma la lezione più grande è arrivata con l’aggravarsi della sua malattia nel luglio del 2015, e con la sua partenza da questa dimensione il 6 ottobre dello stesso anno.

I mesi che seguirono la diagnosi infausta, furono un’agonia. Per la prima volta nella mia vita (e sapevo di essere stata fortunata in questo) vivevo l’esperienza di accompagnare un essere vivente alle fine dei suoi giorni. Maya mi stava insegnando il rispetto del ciclo della vita, l’accettazione della separazione, il lasciare andare senza accanimento. Non è stato facile: provavo un’angoscia devastante all’idea che sarebbe arrivato il momento di decidere per lei, facendole fare quella puntura che nella nostra società viene spesso definita “l’ultimo gesto d’amore. Nel profondo del mio cuore, sapevo che non c’era amore in quel gesto, ma il suo esatto contrario: la paura. Ero lacerata, dilaniata. Non accettavo l’idea dell’eutanasia, ma ero spaventata da quello che avrei dovuto gestire, da sola, fino al momento del distacco. Parlavo con lei e le chiedevo di aiutarmi a fare la scelta migliore per lei. Cercavo come una pazza risposte ovunque.

Una sera, navigando su internet, mi imbattei nella conferenza di presentazione di un libro: “Tenersi per zampa fino alla fine“, scritto da un veterinario veramente eccezionale, il dott. Stefano Cattinelli, e da una tanatologa, la dott.ssa Daniela Muggia, che si occupa da anni di accompagnamento empatico al fine vita. (Questo è il link al video.) E tutte le risposte che cercavo arrivarono. Ordinai immediatamente tutti i libri di Cattinelli, e gli mandai una mail chiedendogli una consulenza a distanza. Cito dal testo:

Tra sopprimere e curare a oltranza c’è accompagnare. Sentire che l’animale ha ancora un tempo tutto suo, speciale, unico, nel quale non vuole concludere la sua esistenza su un freddo tavolo d’acciaio né essere tormentato da inutili esami, che servono solo a tamponare il senso di inadeguatezza provato di solito tanto dal suo compagno umano quanto dal veterinario davanti alla sofferenza che non si esprime a parole, e alla morte.

Fino a quel momento (era già passato più di un mese dalla diagnosi, e le condizioni di Maya peggioravano), riuscivo a farle fare le flebo ogni due giorni per idratarla, e le somministravo sia farmaci allopatici sia omeopatici, con il prezioso e amoroso supporto della nostra amata veterinaria Rita. Il dott. Cattinelli mi spiegò che esistono cure palliative anche per gli animali, e che comunque l’insufficienza renale porta a uno stato di annebbiamento e confusione, dovuto alla disidratazione, che abbassa notevolmente la percezione del dolore fisico. Ma soprattutto mi fece una domanda emblematica: “Lei continuerebbe a mettere benzina nel motore di una macchina che non funziona?” E aggiunse: “Maya continuerà ad accettare la benzina finché non sentirà che lei è pronta a lasciarla andare“. Quella notte piansi tantissimo, stringendo Maya tra le braccia, che ormai era uno scricciolino spelacchiato, ma straripante di amore. E le dissi, guardandola nei suoi grandi occhioni: “Decidi tu. Se devi andare, vai. Ti accompagno.” Dal giorno seguente non accettò più di farsi fare le flebo. Riuscivo a somministrarle solo gli antidolorifici: si metteva nella posizione giusta e si lasciava fare la puntura. Anzi, veniva lei a chiedermela quando le ulcere in bocca le davano troppo fastidio. Dicono che gli animali, quando stanno male, si nascondono. Lei era sempre addosso a me. Si accucciava sul mio cuore, e sentivo che lei curava me e il mio dolore, più di quanto io stessi prendendomi cura di lei. Mi lasciò il tempo di dare l’esame scritto finale della Scuola di Counseling e di terminare il tirocinio. Arrivai a casa una sera, e lei era dietro la porta come sempre, ma non riusciva a reggersi sulle zampe. Le avevo preparato da settimane un ampio spazio dove aveva tutto a disposizione senza affaticarsi, accanto al divano. Ci siamo sdraiate lì, e siamo rimaste così fino alla serata successiva. Ancora una volta sole, lei e io.

24 ore con Maya sul cuore, fino al suo ultimo gesto: raccogliendo tutte le forze che le erano rimaste, si sollevò, fece un miagolio e con la zampina mi diede una carezza. Poi cominciò a rantolare. La sua anima era volata via, e io rimasi lì, con il suo corpicino tra le braccia, immobile e sospesa sulla soglia dell’invisibile. Qualcosa che non credevo di essere in grado di affrontare. La sera prima, avevo acceso un cero: si è spento con lei.

La mattina seguente sono venuti a prenderla per la cremazione. Ho messo a posto la casa, ripulito e disinfettato tutto, e poi sono uscita a fare una passeggiata. C’era un bel sole, il cielo era limpido. E all’improvviso alzo la testa, e la vedo lì. Una nuvola bianca, come lei, con il suo testolino e il cuscino su cui era solita dormire. Ho fatto una fotografia, e per settimane non ho avuto il coraggio di mostrarla a nessuno…

Decisi di non prendere più gatti, almeno per un po’, ma circa 6 mesi dopo, fece la sua comparsa nel giardino dei vicini (io abito al primo piano) un micione pauroso e dolcissimo che ha mostrato da subito uno strano attaccamento a me, nonostante ci fossero persone affettuose a prendersi cura di lui. Mi aspettava sul muretto, mi chiamava, e un paio di volte mi ha seguito fino al mio appartamento. L’ho sempre riportato giù perché non mi sembrava giusto negargli il suo giardino e la sua libertà. Sapevo che non sarei mai stata capace di lasciare libero in strada un gatto che viveva con me. Ma il 20 agosto, giorno in cui Maya avrebbe compiuto 14 anni, il micio magico (che io avevo continuato a chiamare MicioTato nonostante i miei vicini di casa gli avessero dato un altro nome) ha deciso di tornare su da me, e da allora non se ne è più andato (con il consenso dei vicini che dopo poco tempo hanno traslocato).

Passa ancora qualche mese, e decido che non posso lasciare MicioTato da solo. Un’amica gestisce una colonia, i cui gatti sono in cura dalla nostra amata veterinaria Rita, il cui supporto non è mai mancato. Desideravo una gattina nera, come quella che per pochi mesi avevo avuto anni prima, e nella cucciolata, tre erano nere. Dopo tanti dubbi, vado a prendere Lilith, ed è subito amore. Tra lei e me, e tra lei e MicioTato. Lilith non è un gatto persiano, ma ha il pelo lungo e una coda folta proprio come quella di Maya, e sulla sommità della coda c’è una spruzzata di bianco, come se qualcuno avesse tenuto Maya per la punta della coda e l’avesse intinta nella vernice nera! Lilith ha usato da subito la cuccia di Maya, che MicioTato aveva ignorato, ha scovato i suoi nascondigli, ha preso immediatamente le sue stesse abitudini. Ho sentito da subito lo stesso odore, la stessa energia, lo stesso Amore. Ho riconosciuto nei suoi occhi la stessa anima.

Ad appena due mesi, Lilith ha avuto una brutta congiuntivite. Dopo averla curata per un paio di giorni con un collirio omeopatico che uso anche per me (somministrarle i farmaci allopatici è stato impossibile!), e vedendo che non le passava, le ho detto: “Non è necessario che ti faccia carico tu della mia rabbia. Preferisco avere io la congiuntivite“. Il giorno dopo Lilith non aveva più niente, e la congiuntivite è venuta a me…L’ennesima conferma che i nostri animali, e in particolare i gatti, ci proteggono e si fanno carico della nostra sofferenza. Come si legge nello splendido testo “Animali specchio dell’anima” di Ruediger Dahlke e Irmgard Baumgartner, gli anima-li lavorano insieme a noi per la nostra crescita spirituale.

MicioTato soffre di asma allergica. Sto lavorando su di me per comprendere cosa vuole dirmi, e come posso aiutarlo. Sto valutando di fare una costellazione sistemica con il dott. Cattinelli. (per informazioni, questo è il suo sito) E sto cercando di curarlo nel modo più naturale possibile, ricorrendo al cortisone solo nei momenti più critici, perché non posso pensare di non avere per i miei animali, lo stesso riguardo che ho per me stessa. Sono un chimico e so quali danni può fare l’uso eccessivo di farmaci. Da molti anni (ne ho parlato qui) ho imparato che il corpo è lo strumento che l’anima usa per comunicarci le sue disarmonie, e la salute si conserva aiutando il corpo a ritrovare il naturale stato di equilibrio, che i farmaci alterano. Perciò prediligo curarmi con agopuntura, omeopatia, fitoterapia e floriterapia, finché è possibile. Gli animali (come i bambini) sono molto ricettivi alle cure naturali e vibrazionali (come i fiori di Bach e l’omeopatia) proprio perché non hanno la sovrastruttura dell’ego che filtra e a volte boicotta l’informazione energetica. Le loro anime pure, vibrano in accordo con le leggi dell’Universo senza fare resistenza. Accolgono la vita e la morte nell’accettazione e nell’amore incondizionato. Accolgono noi, loro compagni umani, senza giudizio. Dovremmo imparare da loro, e seguire i loro insegnamenti anche quando ci relazioniamo con altri esseri umani.

La morte è parte della vita, e dobbiamo imparare ad accettarla. Non vorremmo mai separarci da coloro che amiamo, e soprattutto non siamo stati educati a contattare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo paura di accompagnare i nostri animali (e spesso anche i nostri cari umani) durante l’ultimo viaggio: abbiamo paura di guardare in faccia il nostro dolore. Scegliendo l’eutanasia, craccontiamo di voler evitare a loro la sofferenza, ma è la nostra sofferenza che non vogliamo affrontare. L’eutanasia non ci risparmia il dolore della perdita, ma riduce al minimo il periodo in cui siamo costretti a contattare la sofferenza, e ci evita la “discesa nel nostro inferno personale”, ovvero nel nostro mondo emozionale, dove si nascondono ferite profonde e paure.

Cito ancora dal libro “Tenersi per zampa fino alla fine”:

“Più saremo stati presenti nel seguire con amore le piccole grandi sfide che l’animale ci chiede di vivere e più saremo in grado di affrontare la trasformazione della sofferenza che il lutto comporta; più saremo stati compassionevoli con lui e più saremo compassionevoli con noi stessi, permettendo a questo dolore di uscire attraverso la tristezza e le lacrime, segno oggettivo che la nostra relazione è stata emozionalmente viva.”

Spero che nessuno colga in questo scritto una sorta di giudizio nei confronti di chi ha preso decisioni diverse di fronte alla malattia del proprio amato animale. Credo semplicemente che in questa epoca di grandi cambiamenti, che ci sta traghettando verso un nuovo paradigma, sia arrivato il momento di riflettere anche su questo tema.

Nel libro “Amici fino alla fine”, Cattinelli scrive:

Per l’animale la morte non è un mistero da capire, va semplicemente vissuta. In Natura la morte è come la nascita, esiste e basta, nei confronti della morte l’animale non proverà alcun dolore o sofferenza emozionale. Unica eccezione l’animale la sperimenta al macello, dove emozionalmente gli animali provano un dolore intenso perché avvertono l’ambiente circostante e percepiscono la violenza di una morte provocata anzitempo.

Gli animali sono nostri maestri: ci scelgono, ci guidano e ci sostengono, affidandosi completamente, e spesso sacrificandosi per noi. Ci fanno da specchio per farci vedere le nostre paure e le nostre ferite. Il loro dolore emozionale di fronte alla loro stessa morte è il riflesso del nostro dolore. Il modo migliore per ringraziarli per l’Amore incondizionato che ci offrono, è vivere al loro fianco anche l’ultimo viaggio, con serenità e consapevolezza, trasformando il dolore in Amore, e guarendo così anche noi stessi.

Roberta, Maya, Miciotato e Lilith

25 settembre: la Luna del raccolto, di Roberta Turci

Il primo Plenilunio dell’Autunno si forma nel cielo alle 4:52 di martedì 25 settembre, a 1°59′ del segno dell’Ariete. Guarda dove cadono questi gradi nella tua carta natale: quel punto del grafico ti fornisce indicazioni su ciò che potrà accadere dentro di te o nella tua vita.

Ti ricordo che non sempre le lunazioni, come i transiti, si manifestano con eventi esteriori più o meno eclatanti. I passaggi celesti rappresentano mutamenti a livello energetico: quanto più sei in ascolto e lasci avvenire il cambiamento dentro di te, tanto meno sarà necessario che si manifesti un evento sul piano materiale. Ci sono sostanzialmente due categorie di accadimenti: quelli sgraditi, dolorosi o comunque fastidiosi, che sono la proiezione, all’esterno, di qualcosa che c’è in te ma che ancora non hai visto e compreso, e che hanno la funzione di condurti là dove ancora non sei stato, e quelli che hai tanto atteso, e arrivano a compimento di un percorso, spesso accidentato e tortuoso.

La Luna Piena corrisponde alla fine di un ciclo, e quindi a un momento in cui si raccolgono i frutti di una semina, oppure in cui qualcosa a lungo celato può finalmente venire alla luce.
Questo Plenilunio ha molto a che fare con l’equilibrio nelle relazioni, che d’altronde sono il terreno principale su cui si gioca la partita della crescita personale e spirituale di ogni individuo.
Da una parte c’è la Luna, l’archetipo femminile per eccellenza, congiunta a Chirone, in Ariete, il segno dell’IO prima di tutto: emozioni forti, istintive, tormenti e tensioni si fanno sentire, vecchie ferite si riaprono. Il bambino ferito dentro di noi chiede di essere ascoltato,  e lo fa con rabbia. Chirone porta con sé il dolore, ma anche il potenziale della guarigione: dobbiamo trovare un modo nuovo per chiedere aiuto!
Dalla parte opposta, nel segno della Bilancia, il segno degli ALTRI, della relazione, sono schierati Sole e Mercurio, archetipi entrambi maschili e quindi connessi con l’emisfero sinistro del cervello, quello logico e razionale. Il modo in cui comunichiamo la nostra sofferenza è fondamentale: ci vuole equilibrio, chiarezza, onestà. Bisogna essere disposti a trovare un compromesso, a condividere emozioni e pensieri scomodi senza nascondersi dietro lo scudo dell’aggressività.
Il maschile e il femminile da sempre hanno difficoltà a dialogare. L’uno parla con il cervello, l’altra risponde con il cuore. E non sentirsi compresi genera dolore, perché riapre antiche ferite, di quando erano mamma o papà, o entrambi, a non comprenderci…
Ma tutti questi archetipi sono quadrati da Saturno, giudice severo che li tiene d’occhio e li richiama alla realtà: adesso che siamo adulti, possiamo essere noi stessi ad accogliere e abbracciare il bambino ferito in noi. Possiamo smettere di cercare fuori di noi i nostri genitori. Un neonato urla e piange perché non conosce un altro modo per dire che ha bisogno di qualcosa. Ma da adulti possiamo e dobbiamo comprendere che mostrare la rabbia non serve, e anzi spesso alimenta solo altra rabbia. Dobbiamo imparare a mostrare il dolore, e allora è probabile che l’altro sarà più disposto ad ascoltare e ad accogliere le nostre richieste. 
Il Simbolo Sabiano dei 2° gradi dell’Ariete, dove si trova la Luna, recita così: 
“UN COMICO RIVELA MEDIANTE I SUOI SCHERZI I TRATTI DELLA NATURA UMANA. Capacità di guardarsi oggettivamente e di intraprendere un’autocritica. Senso dell’umorismo e dei contrasti.”
Essere onesti con sé stessi, lasciare andare le pretese dell’ego, imparare ad essere assertivi, ci aiuta a trovare la modalità più costruttiva per relazionarci gli uni agli altri e a ridefinire il concetto di amore di sé.
Sullo sfondo il trigono tra Saturno e Urano ci sostiene e ci incoraggia a dare forma al cambiamento interiore. Siamo essere umani, e in questo momento di passaggi epocali, è normale avere paura, ma possiamo scegliere di andare incontro al nuovo con coraggio. Niente è immutabile, e più siamo flessibili e disposti ad accogliere assetti e abitudini diversi dal passato, e più ci apriamo alla possibilità di essere in armonia con noi stessi, e di riflesso con gli altri.
In questo ci aiuta anche Marte, che non è solo l’archetipo dell’aggressività, ma anche del coraggio!
Marte, a 4° dell’Acquario, è ancora congiunto al Nodo Sud, ma adesso è diretto, e fa aspetti armonici con entrambi i luminari: arriva a compimento il processo di pulizia e di ricalibrazione interiore, iniziato con l’Eclissi del 13 luglio e amplificato dalla luce del Plenilunio del 27 luglio, verificatosi proprio a 4° dell’Acquario e coincidente con l’Eclissi più potente del secolo.

Tutti coloro che hanno pianeti o angoli del cielo nella prima decade di Ariete, Bilancia, Cancro e Capricorno sentiranno particolarmente il richiamo energetico di questo Plenilunio. Sono interessati anche i segni Fissi (Toro, Scorpione, Leone, Acquario) poiché è molto significativo il ruolo di Marte, governatore del segno in cui si verifica la Luna Piena.

Ti ricordo che prendere in considerazione solo il segno solare può essere fuorviante. Il Tema Natale è un Mandala, nel quale ogni simbolo ha in sé una forza archetipica significativa, che entra in risonanza con le energie mosse dai transiti, ed è fondamentale anche vedere in quale settore (casa astrologica) si verifica la lunazione o il passaggio planetario.

E ti ricordo anche che i transiti non cambiano la tua vita. Interpretarli, ti aiuta a comprendere in quale direzione procedere, ma i passi li devi muovere TU!

Buon cammino…

Roberta Turci

Quando l’utero rimane vuoto…

Non diventare madre è un lutto per ogni donna. Anche per quelle che non hanno mai desiderato avere un figlio. Da sempre la donna è simbolo di fertilità, ed è celebrata per la sua capacità di pro-creare. Ci crescono educando la nostra mente a identificare e guardare le persone in base ai ruoli che rivestono. E ogni donna, anche la più ribelle e anticonformista, sa che non diventare madre la relegherà in una categoria a parte, che non sarà mai veramente onorata e celebrata. Sarà sempre una donna a cui manca l’esperienza più importante, quella senza la quale “non può capire”. Ma l’anima custodisce la memoria di tutte le vite in cui si è incarnata in un corpo che è stato fecondato e ha partorito. Non solo: l’anima custodisce la memoria di tutte le antenate che hanno vissuto l’esperienza della gravidanza e del parto. La mente può essere educata a identificarsi con un ruolo sociale, ma l’anima ha in sé tutta la saggezza del tempo che la mente razionale chiama passato, presente e futuro, e sa sempre cosa significa essere madre. I figli non sono solo dei doni speciali, sono soprattutto strumenti di evoluzione per i genitori, sono Maestri. Ma ci sono vite in cui l’anima ha bisogno di incontrare un altro tipo di Maestri. Per esempio, ci sono vite in cui serve imparare ad accettare un ventre vuoto, ad accogliere la mancanza, a sperimentare la perdita. Non tutte le donne che non diventano madri, hanno scelto con la mente di sottrarsi a quel ruolo, ma la loro anima sì, aveva scelto. Ci sono vite in cui bisogna avere a disposizione molte energie per dedicarsi ad altro, perché la capacità di creare non è solo del corpo. E allora la sfida è riconoscersi talenti e doni, e onorarli e celebrarli, per lasciare che la propria fecondità si esprima come deve, senza giudizio e senza vergogna. Questa è la parte più difficile, perché la società ti vuole identificare in un ruolo, e tu invece in questa vita hai scelto di uscire da uno schema, e di distinguerti dalla maggioranza. E hai bisogno di vivere altro. Ma sia che tu l’abbia coscientemente scelto oppure no, avrai un lutto da elaborare, ed è bene che tu sappia che hai una sola alleata per farcela: te stessa. La tua anima aspetta solo di raggiungerti, perché lei sa, e può aiutarti a vedere quale immagine ti porti dentro, di chi e di cosa sei madre, e a cosa puoi e devi dare la vita in questo tempo terreno. Non fare mai tacere la dea che ti vuole creatrice e creativa, che ti vuole vedere dipingere, cantare, danzare, suonare, inventare, plasmare, scrivere, nutrire, amare. Non farla mai tacere, perché lei si arrabbierà moltissimo, e si sentirà esclusa, e farà di tutto per essere ascoltata. Se sarà necessario, userà anche il tuo corpo per farsi sentire, e arriveranno disagi e malattie, finché non la riconoscerai, l’ascolterai, la libererai, sentendoti autorizzata a essere ciò che sei. Per ogni donna che non diventa madre, c’è una dea che conosce altri modi di dare al mondo una nuova vita. Elaborare il lutto di una maternità mancata significa raggiungerla e unirsi a lei. Quella dea sa che c’è sempre una persona di cui devi diventare Madre sulla Terra nel qui e ora, e quella persona sei TU.

Roberta T.