Secondo me, l’Amore è un’altra cosa, di Roberta Turci

Sono uno Scorpione puro con Luna e Marte in Acquario e Plutone e Urano in XI casa. Chi conosce l’astrologia capisce al volo che sono un’outsider, che le regole e le convenzioni sociali mi stanno più che strette e che per me ogni cosa deve avere un senso nel profondo. Ci ha sempre pensato un Saturno super-terreno (in Toro in VI casa) a tenermi ancorata a terra, dandomi limiti e confini. Se no, sarei volata via o affondata negli abissi, ancora più disadattata ed estranea al mondo in cui viviamo, di quello che già sono!

Ma l’ancoraggio di Saturno non fa comunque di me un’omologabile. E col passare degli anni, ne sono diventata sempre più consapevole. 

Quando ero piccola, disegnavo abiti da sposa, attaccavo asciugamani alla cintura dei pantaloni per simulare la presenza di uno strascico, e mettevo pizzi sulla testa al posto del velo. Il mito del principe azzurro che ti aspetta con la carrozza di cavalli bianchi ce lo hanno iniettato per secoli tipo vaccino anti-autenticità, anti-autonomia e anti-libertà. E sono una gran romanticona. 

Ma in fondo il matrimonio non è mai stato un mio obiettivo. Le ragioni sono profonde e inconsce, e la scelta è diventata lucida solo dopo i 33 anni. Però ora so che era una decisione presa in un luogo fuori dal tempo, dove la mia anima sapeva bene chi voleva che io fossi.

In realtà, fin da bambina, al di là della passione per strascichi e veli, non ho mai capito il senso della recita, delle bomboniere, e di tutto il contorno di quello che di fatto è solo un contratto, per garantirsi un porto sicuro per qualunque evenienza. Mi è sempre parso chiaro che le motivazioni sono solo economiche e sociali. Se vuoi l’eredità, la reversibilità della pensione (per fortuna gli alimenti ora non più, ma pullulano i contratti prematrimoniali), ti devi sposare. Per non parlare di chi si sposa per ottenere uno status socio-economico elevato, o comunque una sicurezza economica maggiore. E poi c’è il riconoscimento sociale, quello per cui di fatto ora combattono gli omosessuali.  

Sposandoti, hai il tuo posto in una delle scatolette con etichetta sopra, usate per classificare e “autenticare”. Trovo poco senso anche nelle unioni civili, dato che in sostanza  si preoccupano dell’aspetto economico ricalcando i diritti acquisiti con il matrimonio.

E l’amore, in tutto questo dov’è? 

Gli unici aspetti che vanno tutelati sono quelli relativi all’assistenza in caso di malattia e ai figli, che devono avere tutti gli stessi diritti. In questi casi, entrano in gioco fattori umani, e il diritto civile sta evolvendo anche in tal senso.

Nella coppia, il “per sempre” è un inganno, e se è possibile, non dipende da un contratto.

Ogni istante siamo diversi da prima. Non puoi promettere che ti piacerà ancora stare al fianco di una persona tra 10 o 20 o 30 anni. Puoi solo desiderarlo e impegnarti perché accada, a ogni istante. Non capisco proprio come si possa associare il matrimonio all’amore. Se amo, non mi importa niente dell’eredità o del riconoscimento sociale. 

Chiamiamo le cose con il loro nome: è un contratto, come quando si crea una società.

“Marito” e “moglie” sono due parole terribili. Indicano un ruolo sociale, e raramente li sento associati a un sentimento di affetto e amore sinceri.

“Non posso telefonarti perché c’è mio marito”

“Mia moglie è una stronza”. 

“Devo chiedere a mio marito. Se no poi si arrabbia”.

“Faccio così almeno mia moglie è contenta e non brontola”.

A volte il marito fa da padre. O da fratello. Da tuttofare.

A volte la moglie fa da madre. O da amica. Da sorella. Da psicoterapeuta. Da badante.

Quasi mai fanno da amanti, che sarebbe già una buona cosa! L’attrazione tra i corpi è il mezzo con cui le anime si richiamano perché devono fare un percorso insieme. Quando l’odore dell’altro non ti piace più, l’anima ti sta comunicando che il percorso si è concluso.

E comunque un sentimento non ha bisogno di un contratto. Punto.

Questo non significa che una persona possa sfarfalleggiare a piacimento come e quando vuole. Non significa nemmeno che non ci si debba assumere responsabilità. 

Ma se ci si ama, non serve altro. (L’avevo detto, che sono una romanticona, no?)

Il punto è che non sappiamo davvero amare. Torniamo sempre lì: dell’amore parliamo tanto, ma lo conosciamo poco. 

Conosciamo il bisogno.

Conosciamo il desiderio.

E li scambiamo per amore. 

O li chiamiamo amore perché si usa così. 

Ma l’amore è un’altra cosa, e non ha bisogno di anelli al dito, o di celebrazioni, né di firme su un pezzo di carta. 

Tra l’altro mi fa sorridere che ci si sposi davanti allo Stato o alla Chiesa (li scrivo maiuscoli per correttezza linguistica, ma per me non hanno alcun valore in quanto istituzioni, almeno per quello che hanno rappresentato fino a oggi). 

Davvero secondo voi esiste un Signore barbuto lassù che vi vuole tenere incatenati in una relazione in cui appassite ogni giorno di più? Un Dio onnipotente e benevolo che si schiera dalla parte della sicurezza economica e sociale anche a costo di rinunciare all’amore? 

E che dire dello Stato? Tutti si lamentano, lo considerano la causa di tutti i mali, e poi vanno a promettergli che staranno lì buoni buoni a fare il loro dovere…

Le cose stanno cambiando, per fortuna. 

Il paradigma verso il quale ci muoviamo celebra l’unione autentica e consapevole tra due persone che vogliono l’una la piena realizzazione dell’altra.

L’amore è questo: “voglio che tu sia libero o libera di esprimere al meglio il tuo potenziale. Voglio che tu possa brillare, di una luce più intensa a ogni passo. E prometto che starò al tuo fianco, sostenendoti e accogliendoti ogni volta che ne sentirai il bisogno, affinché tu possa essere TU, con o senza di me.”

Ecco, questa formula la reciterei volentieri, di fronte a un uomo che sappia recitarla per me, durante un rito simbolico senza firme né abiti di scena. Magari davanti al mare, o in un bosco. I riti sono potenti e magici. Ma fuori dagli schemi, peraltro decisi secoli fa per “mettere ordine” e controllarci. 

Il matrimonio è un’istituzione antica, ormai obsoleta, ingannevole, priva di sostanza, ancora troppo spesso usata per soddisfare bisogni, ricattare e manipolare. 

Ecco perché una separazione o un divorzio possono essere dei portali verso il risveglio. “Accorgersi” di essere stati dove non si poteva né germogliare né fiorire, è il primo passo. Il cor-aggio, l’azione del cuore, fa il resto.

Detto questo, ci sono anche dei bei matrimoni, in cui il contratto è davvero firmato ogni giorno con amore, ma sono molto, molto rari.

E le persone veramente serene, consapevoli, appagate, e rispettose dell’altro, le riconosci. Hanno gli occhi e l’anima lucenti, e non ostentano mai. Non cercano approvazione, consenso e applausi per i loro traguardi. Non danno niente per scontato. Condividono la crescita, sanno che a ogni passo sono nuove, e sono ancora incantate dall’altro e dal suo percorso. Sono in coppia ma sono intere, integre. 

Una Grazia, credo. Perché l’Amore in fondo è questo: una Grazia, un Dono, un dio che si manifesta quando decide lui. Forse noi umani non possiamo scegliere. Non tutte le anime si guadagnano la possibilità di vivere l’Amore in questa vita. Ma tutte le Anime stanno camminando verso l’Amore. E ogni relazione è un pezzo di strada. Non esiste relazione sbagliata. L’importante è imparare, è accorgersi delle dinamiche, delle dipendenze, delle paure che si attivano, e cambiare il copione. Prima che ci pensi la vita, complicando tutto, e rendendo il cammino sempre più impervio. Con le malattie, per esempio, o i problemi economici, gli incidenti, i fallimenti, la morte.

Fateci caso. 

Con amore,

Roberta Turci

Memorie, di Roberta Turci

Per molti anni, credo dopo aver visto il film Olocausto al Cineforum (era il 1979), ho rimosso i contenuti e gli avvenimenti legati alla Shoah. A scuola ero brava, ma odiavo la storia, e per fortuna “quella” era troppo recente perché i programmi scolastici mi costringessero a studiarla bene. E comunque, quello che mi hanno fatto studiare, è come scivolato via. Qualche anno fa, per un po’ di tempo, ho persino preso in considerazione la teoria dei negazionisti.

Non poteva essere successo davvero. Provavo – e provo ancora – un male fisico ogni volta che mi soffermavo a pensarci.

Qualche volta, riferendomi a vicissitudini dolorose della mia vita attuale, scherzando ho pensato a voce alta di essere una reincarnazione di Hitler, tornata a pagare il conto.

Quando, un paio di anni fa, mi sono sottoposta a sessioni di regressione evocativa, o ipnosi regressiva alle vite passate, ho “scoperto” di non essere stata Hitler, ma un suo stretto collaboratore.

Faccio una doverosa premessa sulla cosiddetta ipnosi regressiva. Quando si vive un’esperienza di quel tipo, fondamentalmente viene indotta una condizione di rilassamento profondo che corrisponde a una sorta di “disattivazione” dell’emisfero sinistro (quello logico-razionale), e progressivamente si ottiene un’attivazione dell’emisfero destro, quello creativo-intuitivo. L’emisfero destro è il canale attraverso il quale l’anima comunica con il corpo e con la mente: ci accompagna in un luogo fuori dal tempo, nell’etere, o Akasha, dove sono conservate le memorie di tutti i tempi. L’emisfero destro comunica per immagini, simboli, archetipi. Pertanto, indipendentemente dalla possibilità di verificare se sul piano materiale, in un punto preciso del Tempo, qui sulla Terra, abbiamo davvero avuto quel nome e quel corpo e abbiamo vissuto in quel luogo, con una regressione evocativa si portano alla memoria cosciente, immagini che sono da sempre presenti nel nostro inconscio. Ma ciò che è nascosto, relegato nel buio del mondo infero, è infinitamente potente. Richiamare quelle immagini toglie loro potere e lo riconsegna nelle mani della personalità che, nel qui e ora, sta svolgendo il compito consegnatole dall’anima.

Poco importa, quindi, avere la prova che le cose siano andate veramente così. Quello che conta è che l’anima ha registrato quell’immagine, e ha in sé quella qualità energetica, ed è perciò necessario riconoscerla e integrarla per toglierle potere. Le immagini che emergono dall’inconscio vanno dunque pacificate, e questo processo non può essere fatto a livello mentale, ma solo energetico.

La mia anima, a qualche livello, ha indossato un abito nazista, ha servito le SS, ed è stata incapace di provare compassione anche per le persone più care; nel momento del distacco dal corpo in quella vita, ha realizzato l’atrocità del sistema a cui si era asservita la personalità. La morte è sopraggiunta in completa solitudine e disperazione, vedendo alfine l’importanza dei sentimenti veri e di prendersi cura dell’altro, del diverso. L’abito che ha lasciato era quello di un colonnello ungherese naturalizzato austriaco al servizio delle SS, un uomo che per sete di potere e denaro, si è fatto schiavo di un sistema che non ha poi esitato ad abbandonarlo, e ha rinunciato ad affetti e umanità.

In questa vita, il primo vestito di carnevale che ho scelto è stato quello tradizionale ungherese. La lingua  tedesca non ha mai avuto un suono duro per le mie orecchie. La mia pronuncia, anche al libello base, era ottima. Mia mamma, quando ero adolescente, diceva che ero una tedesca, dura e fredda. E testarda.

Forse il male fisico che sento quando si parla di Shoah è senso di colpa, è vergogna profonda per aver partecipato a quell’orrore.

In famiglia se ne parlava. Il fratello di mio nonno paterno fu ucciso a Mauthausen. Nascondeva gli ebrei nei sotterranei di quella che oggi è la Libreria Esoterica di via Unione a Milano. Mio nonno faceva l’intagliatore di legno, e preparava i timbri per falsificare i documenti. Mio padre, allora bambino, li portava di nascosto allo zio, che, quando fu arrestato, non rivelò mai la complicità del fratello, già sposato e padre, per proteggerlo. Il suo nome figura nell’elenco dei deportati italiani morti a Mauthausen, nel testo di Vincenzo Pappalettera ‘Tu passerai per il camino’ – (Mursia, 1965). Ricordo quando mio nonno, il mio caro nonno Vittorio, ne parlava. Ha sempre portato un’infinita tristezza nel cuore in memoria del suo amato fratello Placido. Volle essere cremato alla sua morte, come lui lo era stato da vivo.

 

A pensarci bene, credo che siano molte le anime incarnate in questo tempo, che hanno indossato “abiti” nazisti all’epoca della Shoah, o altri “abiti” comunque coinvolti in gesti efferati, in guerre, in azioni violente e ingiuste. Credo che nella storia del mondo ci siano stati e ci siano ancora olocausti e Shoah, forse meno eclatanti ed evidenti, ma non meno tragici. Ciclicamente, le anime si incarnano nel ruolo di vittime e di carnefici, fino a che non imparano la lezione suprema, l’Amore incondizionato. L’Universo ha metodi imperscrutabili per farci evolvere e procedere verso l’Assoluto.

Credo semplicemente che nulla è accaduto (né ACCADE!) ad altri, in un luogo straniero, diverso, inaccessibile alle coscienze. Nulla è tanto lontano, né nel tempo né nello spazio, da non riguardarci.

Credo che la Giornata della Memoria sia, come tutte le celebrazioni, profondamente inutile se non ci chiediamo quale memoria stiamo usando. Quella della mente razionale, o quella dell’anima? Quella legata al tempo lineare, che fa apparire il passato immutabile, o quella fuori dal tempo, eterna eppure mutabile?

Credo che ogni anima debba fare i conti con se stessa, nel proprio mondo infero. Le cause non sono mai fuori. Le cause, che non sono altro che manifestazioni sul piano materiale di un effetto già deciso, perché necessario all’evoluzione, sono dentro. E su quelle abbiamo sempre potere, se lo vogliamo. Possiamo sempre cambiare le cose, anche quando sembra di no.

Se ricordiamo con la mente, domani dimentichiamo.

Se ricordiamo con l’anima, siamo sempre lì, con quello che è stato, è e sarà, e possiamo cambiarlo. Non è un ricordare, è un risvegliare, contattare, abbracciare quello che è stato, inondarlo di compassione e Amore, e pacificarlo. Per sempre.

Solo così, potremo evitare che accada ancora.

Con amore,

Roberta

COSA SIGNIFICA SACRIFICARSI?

Tu sai cosa significa davvero SACRIFICARSI?
Forse per una vita hai chiamato sacrificio quello che in realtà era una negazione di te stesso.
Forse per una vita hai pensato che lo spirito di abnegazione, che per te è sinonimo di sacrificio, fosse qualcosa di cui andare fieri.
Non è colpa tua. Per secoli ci hanno insegnato che lo spirito di abnegazione è una nobile qualità. E ci hanno volutamente fatto credere che rinunciare a se stessi sia un valore.
E così ti sei spesso negato la serenità, la pace, un guizzo negli occhi, un talento, un rischio, per rimanere al servizio di chi nemmeno si accorgeva della differenza tra te e un altro, o un’altra.
Forse hai perso cose, persone, occasioni, per riservare tutte le tue energie a legami insani.
Forse la malattia di qualcuno ti ha immobilizzato, trattenuta, ammutolito.
O magari il denaro ha creato un aggancio tra te e altre persone, stringendo sempre più i nodi.
E più gli anni passano, e più i fili si ingarbugliano, più le situazioni si complicano.
Le chiami responsabilità.
Arrivi persino a chiamarlo amore.
Ma c’è un limite. E quel limite è il valore che ha la tua vita.
Se ti lasci trattenere dove non c’è spazio per te, tu stai negando vita ai tuoi giorni, e quello non è spirito di sacrificio.
Quello è rinunciare a se stessi per la convinzione inconscia e profonda di non valere niente e non meritare niente.
Tu dai continuamente tempo ed energie agli altri per non perdere un ruolo.
Chiediti se le persone per le quali “ti sacrifichi”, danno valore alle tue rinunce, o semplicemente hanno bisogno di qualcuno che si carichi dei loro pesi.
Chi ti ama, non ti chiederebbe mai di rinunciare a te.
Chiediti se le persone per le quali “ti sacrifichi”, vogliono davvero il tuo sacrificio.
Non ti dai per amore. Tu dai perché hai bisogno dell’illusione di servire a qualcosa. Perché hai paura del vuoto, della solitudine.
Il vero sacrificio è un dono, e agisce nella gioia, anche quando c’è sofferenza e fatica.
Privandosi, si arricchisce.
Chi si dedica a qualcuno per vero spirito di sacrificio, è grato per l’opportunità di esserci, e non concede più di quello che ha.
Sacrificarsi significa donarsi, celebrando la propria vita.
Ma se neghi te stesso, te stessa, non puoi avere nulla da donare.
Forse è ora di rivedere il tuo sistema di valori.
Forse quella che tu chiami abnegazione, non è un valore, è un bisogno. Il tuo.
Roberta

#sicurezzaemotiva_1: Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio, di Roberta Turci

Puoi celebrare un perfetto sconosciuto per ciò che scrive, per le sue performance sportive, per come canta, suona o balla, per l’impero che ha costruito. Ma se a fare qualcosa di buono è qualcuno che conosci bene, e che magari definisci anche amico o amica, non puoi permetterti di riconoscerlo. E non parliamo proprio dei familiari. Ci hai fatto caso?

Esempio: non ti perdi un concerto della Pausini e sai tutte le sue canzoni a memoria, ma la tua compagna di scuola che è diventata una cantante famosa, ti sta antipatica e pensi che di sicuro ha pagato (in vari sensi) per raggiungere il successo (a meno che non ti sia utile in qualche modo. In tal caso le fai un sacco di complimenti, ma di fatto ai suoi concerti non vai e non compri i suoi dischi, né promuovi la sua musica).

L’effetto specchio con le persone che si relazionano con te, è sempre in agguato. ”Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio.”

In sostanza: esercizi continui per l’ego, che deve morire.

Ma la ricerca di riconoscimento è insita nella natura umana. È non sentirsi riconosciuti che attiva le ferite, che costringe prima o poi a sostenersi da sé, a diventare grandi, ad andare avanti ascoltando il proprio cuore senza aspettarsi premi e medaglie.

Se è vero che abbiamo bisogno di amore, e non di applausi, a volte un applauso scalda il cuore, sentirsi sostenuti aiuta a procedere più sicuri. Per questo, dovremmo sforzarci di incoraggiare le persone anche quando sarebbe più facile criticarle o tacere.

Per molti, molti anni ho detestato quelli che si autocelebrano, e ancora oggi, il mio ego spesso sussulta. Ma adesso so perché lo fa. E lo smaschero subito: “vorresti dire che sei più brava tu, vero? Che quello/a lì fa un po’ pena, che tu lo faresti meglio…ma ti hanno detto che non si fa, che chi si loda s’imbroda, che le persone davvero intelligenti, tacciono e agiscono in silenzio”. Uff che noia. Allora perché gli altri lo fanno e funziona?

Dare voce al bambino interiore a volte sembra funzionare. Ma alla lunga non funziona più. Molto meglio riderci su, e dire a se stessi: ok, dai, datti da fare, qui c’è ancora lavoro per te!

Tra l’altro, ho scoperto una cosa bellissima! Ogni volta che incoraggio, sostengo, esprimo ammirazione per qualcuno, sento una grande gioia e fa bene anche a me.

Comincia col dare agli altri ciò di cui hai bisogno tu. E vedrai che torna…

Siamo tutti connessi: quando decidi di accorgertene, è evidente!

La sicurezza emotiva si conquista anche così.

È un tema caldo di questi tempi. #sapevatelo #lavoriamocisu #sicurezza #cuore #siamouno

Roberta

Riflessioni di fine anno, di Roberta Turci

Il 2018 è stato per me un altro anno di grande crescita. Intenso, costruttivo, emozionante. Ho spezzato schemi, modificato dinamiche, deposto armi. Ho smesso di combattere contro quello che avvertivo come un freno. Mi sono arresa, l’ho lasciato fare. Ho imparato a stare nella gratitudine, ogni giorno. Prima lo dicevo a parole. Adesso è un’emozione, vera, profonda. È una vibrazione che sento, e mi dà forza a ogni passo. Ho mostrato più spesso il dolore, e molto meno la rabbia. Non ho più paura che gli altri vedano la mia vulnerabilità. Certo, non la offro in pasto a chi non la saprebbe accogliere. So proteggermi.
Ogni tanto ho ancora voglia di prendere qualcuno a sprangate nei denti. È dolore che ancora non va via… E so che ogni ostacolo è un’occasione per superare un altro limite.
Ma sono sicuramente molto più sulla mia strada, molto più simile a me. Faccio cose che amo, incontro sempre più persone che vibrano alla mia frequenza, so accogliere quello che arriva e riconoscerne il valore. Lascio che il mio corpo si esprima e imparo a prendermene cura, ogni giorno un po’ di più. Anche in questo ho ancora molto da fare… Ci sono persone che mi vedono per quella che sono, e persone che forse non ci riusciranno mai. Per questo a volte è immensa la gioia, altre è infinito e profondo il dolore. Ci sono cose che ancora fatico ad accettare, pur comprendendo che sono funzionali alla mia crescita. Ogni tanto sono stanca di crescere, e mi sento come se certe lezioni fossero riservate solo a me, ma ho imparato ad accorgermi in fretta delle vecchie ferite che si attivano a tradimento, e le guardo, le accarezzo, le curo. Non mi fregano più. 😏 Sono sicura che arriveranno nuove sfide, che qualcosa ancora emergerà dall’ombra, che mi sorprenderà. E mi sembrerà che tutto sia stato inutile, e mi sentirò sprecata, sola, spaventata. Ma sono anche sicura che saprò attingere alle risorse che ho finalmente attivato, al mio coraggio, alla mia forza, e saprò trasformare ogni ombra, come sempre. E so anche che la vita saprà sorprendermi con la gioia di miracoli inattesi, come già è accaduto quest’anno… Oggi mi è rimasto lo stesso rimpianto di un anno fa: nemmeno nel 2018 ho visto il mare. Rimedierò presto, questa volta lo farò davvero. Ho comunque navigato nel mio oceano interiore ogni giorno, sono annegata nelle emozioni e riemersa ogni volta, ho costruito zattere con relitti e superato barriere di sassi e corallo. Ho cavalcato onde anomale, gettato salvagenti. Qualche volta, li hanno gettati a me. Ho scrutato l’orizzonte, ammirato albe e tramonti, mi sono lasciata cullare dalle acque, e sono approdata sulla riva. Ma è già tempo di ripartire, infinitamente grata per tutto ciò che è stato, per ciò che è e per ciò che sarà. 🙏

💖robi💖

Ho accompagnato Maya oltre il velo (storie di gatti maestri), di Roberta Turci

Maya è arrivata nella mia vita nell’ottobre del 2002: fu un regalo del mio compagno di allora. Avevamo a lungo cercato inutilmente di avere un figlio, e lui vedeva nella mancata gravidanza la causa della crisi che stava sfilacciando la nostra relazione. Aveva sentito dire che i gatti persiani sono il frutto di selezioni fatte dagli allevatori, per ottenere una razza che ricordasse, con il suo musetto paffutello e i grandi occhi rotondi, il volto di un neonato, e potesse consolare le donne che non riuscivano ad avere figli…

Maya non riuscì a salvare il nostro rapporto, ma fu il più bel regalo che mi sia mai stato fatto.

Ne abbiamo passate tante insieme. Aveva appena sei mesi quando ebbe una crisi definita idiopatica. In piena notte la portai al pronto soccorso veterinario, terrorizzata all’idea di perderla. Ma lei superò la crisi, anche se le rimase a lungo una buffa andatura con la testolina un po’ piegata di lato. Poco tempo dopo, grazie alla eccezionale bravura – accompagnata da una rara empatia – della nostra veterinaria di fiducia, l’adorata dott.ssa Rita Biolzi, le fu tempestivamente diagnosticato un difetto cardiaco, e più tardi ancora sono state individuate le cisti renali, caratteristica dei gatti di razza che provengono da allevamenti poco seri in cui incrociano esemplari consanguinei.

Maya ha condiviso con me 13 anni della mia vita. Non era la mia gatta. Era la mia famiglia. L’unica certezza quando aprivo la porta di casa. Ha colmato tutti i miei vuoti e mi ha insegnato tante cose, su di me, sul prendersi cura, e sull’Amore. Soffrivo ogni volta che dovevo allontanarmi da casa per lavoro. In 13 anni, ho fatto una sola vacanza senza di lei. Ma la lezione più grande è arrivata con l’aggravarsi della sua malattia nel luglio del 2015, e con la sua partenza da questa dimensione il 6 ottobre dello stesso anno.

I mesi che seguirono la diagnosi infausta, furono un’agonia. Per la prima volta nella mia vita (e sapevo di essere stata fortunata in questo) vivevo l’esperienza di accompagnare un essere vivente alle fine dei suoi giorni. Maya mi stava insegnando il rispetto del ciclo della vita, l’accettazione della separazione, il lasciare andare senza accanimento. Non è stato facile: provavo un’angoscia devastante all’idea che sarebbe arrivato il momento di decidere per lei, facendole fare quella puntura che nella nostra società viene spesso definita “l’ultimo gesto d’amore. Nel profondo del mio cuore, sapevo che non c’era amore in quel gesto, ma il suo esatto contrario: la paura. Ero lacerata, dilaniata. Non accettavo l’idea dell’eutanasia, ma ero spaventata da quello che avrei dovuto gestire, da sola, fino al momento del distacco. Parlavo con lei e le chiedevo di aiutarmi a fare la scelta migliore per lei. Cercavo come una pazza risposte ovunque.

Una sera, navigando su internet, mi imbattei nella conferenza di presentazione di un libro: “Tenersi per zampa fino alla fine“, scritto da un veterinario veramente eccezionale, il dott. Stefano Cattinelli, e da una tanatologa, la dott.ssa Daniela Muggia, che si occupa da anni di accompagnamento empatico al fine vita. (Questo è il link al video.) E tutte le risposte che cercavo arrivarono. Ordinai immediatamente tutti i libri di Cattinelli, e gli mandai una mail chiedendogli una consulenza a distanza. Cito dal testo:

Tra sopprimere e curare a oltranza c’è accompagnare. Sentire che l’animale ha ancora un tempo tutto suo, speciale, unico, nel quale non vuole concludere la sua esistenza su un freddo tavolo d’acciaio né essere tormentato da inutili esami, che servono solo a tamponare il senso di inadeguatezza provato di solito tanto dal suo compagno umano quanto dal veterinario davanti alla sofferenza che non si esprime a parole, e alla morte.

Fino a quel momento (era già passato più di un mese dalla diagnosi, e le condizioni di Maya peggioravano), riuscivo a farle fare le flebo ogni due giorni per idratarla, e le somministravo sia farmaci allopatici sia omeopatici, con il prezioso e amoroso supporto della nostra amata veterinaria Rita. Il dott. Cattinelli mi spiegò che esistono cure palliative anche per gli animali, e che comunque l’insufficienza renale porta a uno stato di annebbiamento e confusione, dovuto alla disidratazione, che abbassa notevolmente la percezione del dolore fisico. Ma soprattutto mi fece una domanda emblematica: “Lei continuerebbe a mettere benzina nel motore di una macchina che non funziona?” E aggiunse: “Maya continuerà ad accettare la benzina finché non sentirà che lei è pronta a lasciarla andare“. Quella notte piansi tantissimo, stringendo Maya tra le braccia, che ormai era uno scricciolino spelacchiato, ma straripante di amore. E le dissi, guardandola nei suoi grandi occhioni: “Decidi tu. Se devi andare, vai. Ti accompagno.” Dal giorno seguente non accettò più di farsi fare le flebo. Riuscivo a somministrarle solo gli antidolorifici: si metteva nella posizione giusta e si lasciava fare la puntura. Anzi, veniva lei a chiedermela quando le ulcere in bocca le davano troppo fastidio. Dicono che gli animali, quando stanno male, si nascondono. Lei era sempre addosso a me. Si accucciava sul mio cuore, e sentivo che lei curava me e il mio dolore, più di quanto io stessi prendendomi cura di lei. Mi lasciò il tempo di dare l’esame scritto finale della Scuola di Counseling e di terminare il tirocinio. Arrivai a casa una sera, e lei era dietro la porta come sempre, ma non riusciva a reggersi sulle zampe. Le avevo preparato da settimane un ampio spazio dove aveva tutto a disposizione senza affaticarsi, accanto al divano. Ci siamo sdraiate lì, e siamo rimaste così fino alla serata successiva. Ancora una volta sole, lei e io.

24 ore con Maya sul cuore, fino al suo ultimo gesto: raccogliendo tutte le forze che le erano rimaste, si sollevò, fece un miagolio e con la zampina mi diede una carezza. Poi cominciò a rantolare. La sua anima era volata via, e io rimasi lì, con il suo corpicino tra le braccia, immobile e sospesa sulla soglia dell’invisibile. Qualcosa che non credevo di essere in grado di affrontare. La sera prima, avevo acceso un cero: si è spento con lei.

La mattina seguente sono venuti a prenderla per la cremazione. Ho messo a posto la casa, ripulito e disinfettato tutto, e poi sono uscita a fare una passeggiata. C’era un bel sole, il cielo era limpido. E all’improvviso alzo la testa, e la vedo lì. Una nuvola bianca, come lei, con il suo testolino e il cuscino su cui era solita dormire. Ho fatto una fotografia, e per settimane non ho avuto il coraggio di mostrarla a nessuno…

Decisi di non prendere più gatti, almeno per un po’, ma circa 6 mesi dopo, fece la sua comparsa nel giardino dei vicini (io abito al primo piano) un micione pauroso e dolcissimo che ha mostrato da subito uno strano attaccamento a me, nonostante ci fossero persone affettuose a prendersi cura di lui. Mi aspettava sul muretto, mi chiamava, e un paio di volte mi ha seguito fino al mio appartamento. L’ho sempre riportato giù perché non mi sembrava giusto negargli il suo giardino e la sua libertà. Sapevo che non sarei mai stata capace di lasciare libero in strada un gatto che viveva con me. Ma il 20 agosto, giorno in cui Maya avrebbe compiuto 14 anni, il micio magico (che io avevo continuato a chiamare MicioTato nonostante i miei vicini di casa gli avessero dato un altro nome) ha deciso di tornare su da me, e da allora non se ne è più andato (con il consenso dei vicini che dopo poco tempo hanno traslocato).

Passa ancora qualche mese, e decido che non posso lasciare MicioTato da solo. Un’amica gestisce una colonia, i cui gatti sono in cura dalla nostra amata veterinaria Rita, il cui supporto non è mai mancato. Desideravo una gattina nera, come quella che per pochi mesi avevo avuto anni prima, e nella cucciolata, tre erano nere. Dopo tanti dubbi, vado a prendere Lilith, ed è subito amore. Tra lei e me, e tra lei e MicioTato. Lilith non è un gatto persiano, ma ha il pelo lungo e una coda folta proprio come quella di Maya, e sulla sommità della coda c’è una spruzzata di bianco, come se qualcuno avesse tenuto Maya per la punta della coda e l’avesse intinta nella vernice nera! Lilith ha usato da subito la cuccia di Maya, che MicioTato aveva ignorato, ha scovato i suoi nascondigli, ha preso immediatamente le sue stesse abitudini. Ho sentito da subito lo stesso odore, la stessa energia, lo stesso Amore. Ho riconosciuto nei suoi occhi la stessa anima.

Ad appena due mesi, Lilith ha avuto una brutta congiuntivite. Dopo averla curata per un paio di giorni con un collirio omeopatico che uso anche per me (somministrarle i farmaci allopatici è stato impossibile!), e vedendo che non le passava, le ho detto: “Non è necessario che ti faccia carico tu della mia rabbia. Preferisco avere io la congiuntivite“. Il giorno dopo Lilith non aveva più niente, e la congiuntivite è venuta a me…L’ennesima conferma che i nostri animali, e in particolare i gatti, ci proteggono e si fanno carico della nostra sofferenza. Come si legge nello splendido testo “Animali specchio dell’anima” di Ruediger Dahlke e Irmgard Baumgartner, gli anima-li lavorano insieme a noi per la nostra crescita spirituale.

MicioTato soffre di asma allergica. Sto lavorando su di me per comprendere cosa vuole dirmi, e come posso aiutarlo. Sto valutando di fare una costellazione sistemica con il dott. Cattinelli. (per informazioni, questo è il suo sito) E sto cercando di curarlo nel modo più naturale possibile, ricorrendo al cortisone solo nei momenti più critici, perché non posso pensare di non avere per i miei animali, lo stesso riguardo che ho per me stessa. Sono un chimico e so quali danni può fare l’uso eccessivo di farmaci. Da molti anni (ne ho parlato qui) ho imparato che il corpo è lo strumento che l’anima usa per comunicarci le sue disarmonie, e la salute si conserva aiutando il corpo a ritrovare il naturale stato di equilibrio, che i farmaci alterano. Perciò prediligo curarmi con agopuntura, omeopatia, fitoterapia e floriterapia, finché è possibile. Gli animali (come i bambini) sono molto ricettivi alle cure naturali e vibrazionali (come i fiori di Bach e l’omeopatia) proprio perché non hanno la sovrastruttura dell’ego che filtra e a volte boicotta l’informazione energetica. Le loro anime pure, vibrano in accordo con le leggi dell’Universo senza fare resistenza. Accolgono la vita e la morte nell’accettazione e nell’amore incondizionato. Accolgono noi, loro compagni umani, senza giudizio. Dovremmo imparare da loro, e seguire i loro insegnamenti anche quando ci relazioniamo con altri esseri umani.

La morte è parte della vita, e dobbiamo imparare ad accettarla. Non vorremmo mai separarci da coloro che amiamo, e soprattutto non siamo stati educati a contattare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo paura di accompagnare i nostri animali (e spesso anche i nostri cari umani) durante l’ultimo viaggio: abbiamo paura di guardare in faccia il nostro dolore. Scegliendo l’eutanasia, craccontiamo di voler evitare a loro la sofferenza, ma è la nostra sofferenza che non vogliamo affrontare. L’eutanasia non ci risparmia il dolore della perdita, ma riduce al minimo il periodo in cui siamo costretti a contattare la sofferenza, e ci evita la “discesa nel nostro inferno personale”, ovvero nel nostro mondo emozionale, dove si nascondono ferite profonde e paure.

Cito ancora dal libro “Tenersi per zampa fino alla fine”:

“Più saremo stati presenti nel seguire con amore le piccole grandi sfide che l’animale ci chiede di vivere e più saremo in grado di affrontare la trasformazione della sofferenza che il lutto comporta; più saremo stati compassionevoli con lui e più saremo compassionevoli con noi stessi, permettendo a questo dolore di uscire attraverso la tristezza e le lacrime, segno oggettivo che la nostra relazione è stata emozionalmente viva.”

Spero che nessuno colga in questo scritto una sorta di giudizio nei confronti di chi ha preso decisioni diverse di fronte alla malattia del proprio amato animale. Credo semplicemente che in questa epoca di grandi cambiamenti, che ci sta traghettando verso un nuovo paradigma, sia arrivato il momento di riflettere anche su questo tema.

Nel libro “Amici fino alla fine”, Cattinelli scrive:

Per l’animale la morte non è un mistero da capire, va semplicemente vissuta. In Natura la morte è come la nascita, esiste e basta, nei confronti della morte l’animale non proverà alcun dolore o sofferenza emozionale. Unica eccezione l’animale la sperimenta al macello, dove emozionalmente gli animali provano un dolore intenso perché avvertono l’ambiente circostante e percepiscono la violenza di una morte provocata anzitempo.

Gli animali sono nostri maestri: ci scelgono, ci guidano e ci sostengono, affidandosi completamente, e spesso sacrificandosi per noi. Ci fanno da specchio per farci vedere le nostre paure e le nostre ferite. Il loro dolore emozionale di fronte alla loro stessa morte è il riflesso del nostro dolore. Il modo migliore per ringraziarli per l’Amore incondizionato che ci offrono, è vivere al loro fianco anche l’ultimo viaggio, con serenità e consapevolezza, trasformando il dolore in Amore, e guarendo così anche noi stessi.

Roberta, Maya, Miciotato e Lilith

A colloquio col Maestro Distante: perché il mio orecchio sinistro non vuole più sentire?

Ho fatto il corso intensivo “Maestri Invisibili” con Igor Sibaldi nel luglio 2016, e ho ricevuto da lui l’abilitazione all’insegnamento della tecnica. Una gioia infinita, un grande regalo della vita. Come dico spesso, se non avessi dovuto insegnare la tecnica ad altri, forse non l’avrei approfondita come ho fatto e continuo a fare.Tra i tanti dialoghi che ho avuto con LORO, voglio ora condividere uno dei più importanti, avuto in un momento particolarmente critico. E ci tengo a raccontarvi tutto quello che è successo, perché credo davvero che questa storia offra parecchi spunti di riflessione…

Il 6 maggio scorso, un sabato mattina, ho deciso di lavare i capelli a testa in giù nella vasca, diversamente da come faccio di solito. Dovevo lasciare una maschera riflessante in posa per un quarto d’ora e ho preferito fare la doccia nella fase del risciacquo. (Lo so, sembrano dettagli irrilevanti, ma non lo sono…)
Quando ho sollevato la testa, non ci sentivo più dall’orecchio sinistro. Ho dato la colpa all’acqua che era entrata, ma col passare delle ore, l’orecchio non si stappava.
Ho pensato a un tappo di cerume, e poiché lavoro in un ospedale, non mi sono allarmata e ho atteso il lunedì per sottopormi a una visita dall’otorino.
Lo specialista, dopo aver analizzato l’orecchio con l’otoscopio, non ha rilevato la presenza di alcun tappo di cerume, né di altre anomalie. Immediatamente, ha espresso estrema preoccupazione per il mio stato, spaventandomi a tal punto da farmi quasi collassare nel suo studio. Mi ha parlato di sordità idiopatica (la cui causa cioè non è nota) e della necessità di fare immediatamente un esame audiometrico tonale e impedenzometrico e una risonanza alla testa per valutare la funzionalità uditiva e rintracciare “eventuali patologie” responsabili della sordità.
Non vivo nella paura della malattia, tanto più che grazie al mio percorso personale  e professionale, so che la malattia nasce sul piano energetico e si manifesta sul piano fisico solo quando non siamo in contatto con la nostra anima, e il corpo diventa l’unico canale che l’IO GRANDE ha per comunicarci qualcosa…eppure quel medico è riuscito a terrorizzarmi a tal punto che ho ingurgitato in poche ore una dose da cavallo di cortisone (io che non prendo neanche l’aspirina!), e ho prenotato immediatamente la risonanza.
Nel giro di 20 ore, mi sono risvegliata dal mio torpore, ho sospeso l’assunzione del cortisone (supportata anche da dati scientifici che escludevano una correlazione tra l’assunzione di cortisone e la guarigione dalla sordità idiopatica), che comunque è riuscito a causarmi una piccola colica…, e cancellato la prenotazione della risonanza.
Ho fatto solo l’esame audiometrico, che ha rilevato una sordità del 70% all’orecchio sinistro.
L’orecchio sinistro è collegato all’emisfero destro, la parte femminile, intuitiva, creativa. L’emisfero destro dialoga per immagini, simboli, archetipi e si trova fuori dal concetto di tempo: è esattamente l’emisfero che si attiva quando si va nella stanza tonda, quando si è in stato theta e si vive ad esempio l’esperienza dell’ipnosi regressiva…
Fin dal primo istante, mi sono chiesta perché. Cosa stava cercando di dirmi il mio corpo? Cosa non volevo sentire? O forse c’era qualcosa che avevo paura di sentire? O avrei voluto sentire qualcosa che non sentivo più da troppo tempo? (Il 6 maggio è una data significativa per la mia vita affettiva…)
Ero in un momento di grande lavoro interiore, centrata, determinata. Non capivo proprio cosa volesse dirmi l’improvvisa sordità.
Non so perché non mi è venuto in mente subito (ho sempre avuto un po’ paura di disturbarli!!), ma dopo 5 giorni mi sono ricordata che avevo un canale speciale e che c’era qualcuno in una certa stanza tonda che avrebbe potuto spiegarmi…
E così ho chiesto a LORO. Anzi, ho chiesto LORO di portarmi dal maestro distante, quello che accede ai Registri Akashici.
L’ho incontrato al piano -53, e questa è stata la sua risposta:
Mia cara, stai sentendo molte cose che non ti piacciono e cerchi di evitarle, ma ciò che devi evitare è altro. Non puoi sottrarti a certi compiti che sono la tua lezione di questa vita, ma devi separarti da altre cose che non ti servono più. Continua ad ascoltare il cuore e non spazientirti con chi non ce la fa. L’Amore è questo e non conosce altre strade. La guarigione è nell’amore e nell’accettazione e nel lasciare andare tutto quello che è celebrazione personale. Abbi fede. Vai avanti e lascia indietro chi non ti lascia spazio per il tuo percorso. Tutto ha un senso, e se qualcosa arriva a fermarti, una ragione c’è. 
Dopo essere risalita nella stanza tonda, ho chiesto conferma ai maestri, ed è quella che vedete nell’immagine allegata. L’ho fotografata tra le lacrime, di gioia e gratitudine: più chiara di così non poteva essere…(per chi non lo sapesse, durante i dialoghi con i maestri, si deve chiedere conferma, facendosi dire dei numeri che corrispondono alla pagina, alla colonna e alle righe della Bibbia, usata come testo vasto e versatile senza alcuna connotazione religiosa)
Dopo esattamente 9 giorni, una sessione di theta-healing e una di radioestesia condotte da due amici e professionisti straordinari, il 15 maggio l’udito è tornato, improvvisamente, così come se ne era andato, lasciando stupiti anche i tecnici che mi hanno fatto l’esame audiometrico di controllo. Il commento di una di loro è stato: ” è proprio vero che a volte il corpo fa cose che la mente non può spiegare..”
Qualche settimana dopo, sono andata ad aggiornare anche l’otorino che mi aveva visitato, dicendogli che mi permettevo di suggerirgli di spaventare meno i pazienti.
La sua risposta è stata: ” Ma io lo faccio apposta! Se uno non si spaventa, poi non si cura adeguatamente…”. (Cosa aggiungere? Forse che la paura faccia ammalare più della “malattia” stessa?)
Mi ha anche detto: ” Lo sa che lei è stata fortunata? C’è qualcuno lassù che la ama!”. “Oh sì lo so”, gli ho risposto, e dubito che abbia capito che lo sapevo davvero! E lo so ogni giorno di più!
La fortuna, come la sfortuna, non esistono.
Noi possiamo creare la nostra realtà, e tutto l’Universo ci parla continuamente…
Da questa storia ho imparato tante, tante cose, e ci tenevo proprio a condividerla…
Roberta Turci

 

Anime gemelle, anime allo specchio

Quote

♥♥♥

“Ti ho fatto l’affronto più grande.
Ti ho fatto vedere che potevi essere amato.
Ti ho dato valore.
Ti ho mostrato quanto sei speciale.
Ma tu hai preferito continuare a recitare la tua parte.
Hai deciso di rimanere intrappolato nel ruolo della vittima.
E non mi hai mai perdonato per averti fatto vedere che avevi un’altra scelta,
e che l’unico responsabile della tua infelicità sei tu.
Anzi, non hai mai perdonato a te stesso di essertene accorto.
Attraverso i miei occhi, hai visto chi sei veramente.
Ma i miei occhi sono lo specchio dei tuoi: mi sono sempre sentita indegna come te.
E con ogni sguardo e ogni parola che mi hai negato,
mi hai confermato che nemmeno io meritavo di essere amata.
Ma adesso non ci casco più.
Adesso ho capito chi sei.
Ora, so che sei la mia immagine nello specchio,
e non ho più nulla da perdonarti, perché ho perdonato me.
Scelgo di amarti ogni giorno,
perché scelgo di amare me.
Scelgo di accogliere il tuo silenzio e la tua paura, perché mi insegnano ogni giorno qualcosa di me.
​Non potrai mai fare niente per chiudere il mio cuore, né per fermare l’amore che meriti.
In un punto di quello che chiamiamo tempo, è già dentro di te.
Perché era dentro di me da sempre, e tu lo hai liberato.”
 ♥♥♥
Come astrologa e come counselor, ho raccolto moltissime testimonianze di amori interrotti e negati, vissuti tuttavia con una inusuale intensità che stenta a dissolversi anche dopo anni… Amori che, per le ragioni più diverse, sono stati privati della gioia della realizzazione, e sono rimasti a mezz’aria, come parole non dette e carezze mai date.
Nella maggioranza dei casi, è la polarità maschile che fugge, spaventata dall’intensità delle emozioni che non è abituata a contattare. E parlo di polarità maschile, e non di “uomini”, perché non è importante quale sia la manifestazione sul piano fisico di tale energia.
C’è chi fa distinzione tra amori karmici, anime compagne, anime gemelle, e fiamme gemelle. Sempre più persone sembrano identificarsi con una fiamma che ha incontrato la sua metà, ma è condannata a inseguirla fino a che non avrà imparato a lasciarla andare e potrà quindi vivere la gioia del ricongiungimento.
E io mi chiedo: possibile che siamo tutti fiamme gemelle?
Io penso (anzi, no: “sento”) che all’anima tutte queste definizioni non interessano affatto, e che tutto sia da ricondurre alla necessità di trovare se stessi attraverso l’altro.
Noi non ci innamoriamo di una persona. Ci innamoriamo di noi stessi attraverso quella persona: l’altro rappresenta la parte di noi che neghiamo e non vogliamo accettare.
Nessuno ci ha insegnato a onorare la nostra natura divina. Fin da piccoli, ci insegnano a essere buoni, generosi, altruisti, gentili, rispettosi, ma con gli altri, e non con noi stessi.
Peccato che non possiamo dare niente che non sia già in noi. E se non impariamo ad avere rispetto e amore per noi stessi, non sapremo mai davvero amare qualcun altro.
Ecco perché molto spesso accade che l’amore faccia soffrire. In realtà, non è l’amore che fa soffrire, ma la sua mancanza, e non da parte dell’altro, ma da parte nostra nei  confronti di noi stessi.
La relazione è solo uno specchio: chi scappa e chi insegue sta facendo in realtà la stessa cosa. Sta evitando di guardarsi, di accettarsi, di onorare la propria vita, di vedersi in tutto il suo splendore.
Io stessa ho dovuto più volte confrontarmi con il dolore dell’abbandono, ma la ferita dell’abbandono era già dentro di me, da sempre. Non sono stati gli altri a causarmela. Anzi, ogni persona che in questa vita mi ha abbandonato, mi ha fatto il dono immenso di riattivarla, di lacerarla, costringendomi a cercare un modo per curarla, per lenire il dolore fino a guarirla.
Molti di noi custodiscono in sé la convinzione inconscia di non meritare amore, e continuano a imbattersi in persone con il cuore chiuso, che si difendono e si ritraggono, e così facendo rinforzano la credenza dell’altro di non poter essere amato. Quando accade questo, abbiamo una grande opportunità: accorgerci che ci siamo innamorati di qualcuno che scappa dall’amore perché crede di non esserne degno, esattamente come noi. 
Comprendere questo, e comprendere che la nostra anima ha scelto di vivere quell’esperienza proprio per restituirci all’amore per noi stessi, è il vero perdono.
Nel momento in cui vedo l’altro come uno specchio in cui riconoscere la mia ferita, non ho più bisogno di provare rabbia né dolore, e posso darmi il permesso di prendermi cura di me, alzando la mia frequenza e proseguendo il cammino verso la versione migliore di me stesso.
All’altro lascio la libertà di scegliere la sua strada, sostenendolo con amore anche da lontano…
Roberta Turci

Venere contro Saturno

Sono sicura che non sia successo per caso.  Niente succede mai per caso. C’è una lezione da imparare ogni volta che accade qualcosa che ci lascia impantanati in un dolore ingestibile e devastante. Mi sono dibattuta come un pesce fuor d’acqua, ho cercato risposte fuori  e dentro di me, ma la risposta è sempre stata lì, sotto i miei occhi, già scritta nel mio tema natale, in quella netta opposizione tra Venere e Saturno che ha segnato tutto il mio destino. Bisogna scegliere, o quantomeno trovare un equilibrio. Cercare l’emozione e il tormento a ogni costo, difendere strenuamente la forza del pathos e della passione, volere il cuore che palpita all’impazzata, la stretta allo stomaco, il respiro che si ferma, e poi lamentarsi perché non arrivano la stabilità, la serenità, la pace…no,  non è possibile…

L’emozione da una parte, il sentimento dall’altra. La passione da un lato, l’amore incondizionato dall’altro.

Tu hai rinunciato alle emozioni per senso di responsabilità, per spirito di sacrificio, per non minare le tue sicurezze, per tenere in piedi il fortino dentro al quale ti senti al sicuro…

Io ero pronta ad assaltare il tuo fortino, convinta di salvarti da una rassicurante mediocrità, da una condizione di vita apparente, dove le emozioni sono lasciate fuori… Mi sentivo l’eroina che combatte fino alla morte  in nome del sentimento più grande e invece ero solo in preda all’adolescenziale strenua difesa dell’emozione a ogni costo…come se potessi sentirmi viva solo sentendo il dolore della perdita, dell’abbandono, della conquista dell’impossibile…come al solito…

Ho pianto e gridato chiedendo al cielo la stabilità e la sicurezza che tu già hai e non sei disposto a minare, ho giurato che sarei diventata responsabile, che avrei rinunciato a qualunque cosa, che avrei sacrificato tutto per averti, ma la responsabilità, il sacrificio e la rinuncia passano necessariamente dal lasciarti andare, dal lasciarti lì…

Questa  è la tua lezione: scoprire che esisti tu, che hai un’identità, che hai il diritto di essere  amato, che non esistono solo il sacrificio e la rinuncia, che per amore di se stessi e della vita bisogna saper alzare la testa e avere il coraggio di essere felici.

Ma questa è la mia: amare non significa sentire, patire, vibrare, piangere, lottare. Amare è esserci, condividere, dare, saper sacrificare qualcosa, e qualche volta rinunciare, e prendersi delle responsabilità. E forse non ci sarà più il pathos, e non sarà tormento, e nemmeno estasi, ma sarà vero.

Questa è la mia lezione, ed è l’unica che io possa imparare. La tua la lascio a te. Se ce la farai, se ce la farò, chissà, magari un giorno ci incontreremo ancora e allora saremo pronti a vivere un amore vero, adulto, saldo. Ma ora non è possibile e tutto quello che possiamo fare è stare occhi negli occhi ogni tanto a ridarci quelle emozioni sottopelle, quella scossa al cuore da cui tu ti difendi e di cui io non so fare a meno…

Venere contro Saturno. È tutto qui. Ma se riescono a parlarsi, finalmente divento grande.