ASTRO-PSICOGENEALOGIA: TEMA NATALE E STORIA FAMILIARE (prima parte), di Roberta Turci

Qui ripropongo la prima parte della conferenza che ho tenuto il 21 gennaio 2018 presso il CIDA di Milano, con qualche piccola integrazione: sono presentati i concetti che stanno alla base del collegamento tra astrologia e psicogenealogia, passando per psicologia, fisica quantistica ed epigenetica.

L’anima sceglie la famiglia in cui incarnarsi in base alle esperienze che ha bisogno di fare per compiere il proprio cammino evolutivo. Pertanto, l’eredità karmica familiare deve fornire all’individuo un terreno fertile per il suo processo di apprendimento. Karma ancestrale e karma individuale si combinano secondo un disegno perfettamente orchestrato dall’Universo.

Secondo me, l’Amore è un’altra cosa, di Roberta Turci

Sono uno Scorpione puro con Luna e Marte in Acquario e Plutone e Urano in XI casa. Chi conosce l’astrologia capisce al volo che sono un’outsider, che le regole e le convenzioni sociali mi stanno più che strette e che per me ogni cosa deve avere un senso nel profondo. Ci ha sempre pensato un Saturno super-terreno (in Toro in VI casa) a tenermi ancorata a terra, dandomi limiti e confini. Se no, sarei volata via o affondata negli abissi, ancora più disadattata ed estranea al mondo in cui viviamo, di quello che già sono!

Ma l’ancoraggio di Saturno non fa comunque di me un’omologabile. E col passare degli anni, ne sono diventata sempre più consapevole. 

Quando ero piccola, disegnavo abiti da sposa, attaccavo asciugamani alla cintura dei pantaloni per simulare la presenza di uno strascico, e mettevo pizzi sulla testa al posto del velo. Il mito del principe azzurro che ti aspetta con la carrozza di cavalli bianchi ce lo hanno iniettato per secoli tipo vaccino anti-autenticità, anti-autonomia e anti-libertà. E sono una gran romanticona. 

Ma in fondo il matrimonio non è mai stato un mio obiettivo. Le ragioni sono profonde e inconsce, e la scelta è diventata lucida solo dopo i 33 anni. Però ora so che era una decisione presa in un luogo fuori dal tempo, dove la mia anima sapeva bene chi voleva che io fossi.

In realtà, fin da bambina, al di là della passione per strascichi e veli, non ho mai capito il senso della recita, delle bomboniere, e di tutto il contorno di quello che di fatto è solo un contratto, per garantirsi un porto sicuro per qualunque evenienza. Mi è sempre parso chiaro che le motivazioni sono solo economiche e sociali. Se vuoi l’eredità, la reversibilità della pensione (per fortuna gli alimenti ora non più, ma pullulano i contratti prematrimoniali), ti devi sposare. Per non parlare di chi si sposa per ottenere uno status socio-economico elevato, o comunque una sicurezza economica maggiore. E poi c’è il riconoscimento sociale, quello per cui di fatto ora combattono gli omosessuali.  

Sposandoti, hai il tuo posto in una delle scatolette con etichetta sopra, usate per classificare e “autenticare”. Trovo poco senso anche nelle unioni civili, dato che in sostanza  si preoccupano dell’aspetto economico ricalcando i diritti acquisiti con il matrimonio.

E l’amore, in tutto questo dov’è? 

Gli unici aspetti che vanno tutelati sono quelli relativi all’assistenza in caso di malattia e ai figli, che devono avere tutti gli stessi diritti. In questi casi, entrano in gioco fattori umani, e il diritto civile sta evolvendo anche in tal senso.

Nella coppia, il “per sempre” è un inganno, e se è possibile, non dipende da un contratto.

Ogni istante siamo diversi da prima. Non puoi promettere che ti piacerà ancora stare al fianco di una persona tra 10 o 20 o 30 anni. Puoi solo desiderarlo e impegnarti perché accada, a ogni istante. Non capisco proprio come si possa associare il matrimonio all’amore. Se amo, non mi importa niente dell’eredità o del riconoscimento sociale. 

Chiamiamo le cose con il loro nome: è un contratto, come quando si crea una società.

“Marito” e “moglie” sono due parole terribili. Indicano un ruolo sociale, e raramente li sento associati a un sentimento di affetto e amore sinceri.

“Non posso telefonarti perché c’è mio marito”

“Mia moglie è una stronza”. 

“Devo chiedere a mio marito. Se no poi si arrabbia”.

“Faccio così almeno mia moglie è contenta e non brontola”.

A volte il marito fa da padre. O da fratello. Da tuttofare.

A volte la moglie fa da madre. O da amica. Da sorella. Da psicoterapeuta. Da badante.

Quasi mai fanno da amanti, che sarebbe già una buona cosa! L’attrazione tra i corpi è il mezzo con cui le anime si richiamano perché devono fare un percorso insieme. Quando l’odore dell’altro non ti piace più, l’anima ti sta comunicando che il percorso si è concluso.

E comunque un sentimento non ha bisogno di un contratto. Punto.

Questo non significa che una persona possa sfarfalleggiare a piacimento come e quando vuole. Non significa nemmeno che non ci si debba assumere responsabilità. 

Ma se ci si ama, non serve altro. (L’avevo detto, che sono una romanticona, no?)

Il punto è che non sappiamo davvero amare. Torniamo sempre lì: dell’amore parliamo tanto, ma lo conosciamo poco. 

Conosciamo il bisogno.

Conosciamo il desiderio.

E li scambiamo per amore. 

O li chiamiamo amore perché si usa così. 

Ma l’amore è un’altra cosa, e non ha bisogno di anelli al dito, o di celebrazioni, né di firme su un pezzo di carta. 

Tra l’altro mi fa sorridere che ci si sposi davanti allo Stato o alla Chiesa (li scrivo maiuscoli per correttezza linguistica, ma per me non hanno alcun valore in quanto istituzioni, almeno per quello che hanno rappresentato fino a oggi). 

Davvero secondo voi esiste un Signore barbuto lassù che vi vuole tenere incatenati in una relazione in cui appassite ogni giorno di più? Un Dio onnipotente e benevolo che si schiera dalla parte della sicurezza economica e sociale anche a costo di rinunciare all’amore? 

E che dire dello Stato? Tutti si lamentano, lo considerano la causa di tutti i mali, e poi vanno a promettergli che staranno lì buoni buoni a fare il loro dovere…

Le cose stanno cambiando, per fortuna. 

Il paradigma verso il quale ci muoviamo celebra l’unione autentica e consapevole tra due persone che vogliono l’una la piena realizzazione dell’altra.

L’amore è questo: “voglio che tu sia libero o libera di esprimere al meglio il tuo potenziale. Voglio che tu possa brillare, di una luce più intensa a ogni passo. E prometto che starò al tuo fianco, sostenendoti e accogliendoti ogni volta che ne sentirai il bisogno, affinché tu possa essere TU, con o senza di me.”

Ecco, questa formula la reciterei volentieri, di fronte a un uomo che sappia recitarla per me, durante un rito simbolico senza firme né abiti di scena. Magari davanti al mare, o in un bosco. I riti sono potenti e magici. Ma fuori dagli schemi, peraltro decisi secoli fa per “mettere ordine” e controllarci. 

Il matrimonio è un’istituzione antica, ormai obsoleta, ingannevole, priva di sostanza, ancora troppo spesso usata per soddisfare bisogni, ricattare e manipolare. 

Ecco perché una separazione o un divorzio possono essere dei portali verso il risveglio. “Accorgersi” di essere stati dove non si poteva né germogliare né fiorire, è il primo passo. Il cor-aggio, l’azione del cuore, fa il resto.

Detto questo, ci sono anche dei bei matrimoni, in cui il contratto è davvero firmato ogni giorno con amore, ma sono molto, molto rari.

E le persone veramente serene, consapevoli, appagate, e rispettose dell’altro, le riconosci. Hanno gli occhi e l’anima lucenti, e non ostentano mai. Non cercano approvazione, consenso e applausi per i loro traguardi. Non danno niente per scontato. Condividono la crescita, sanno che a ogni passo sono nuove, e sono ancora incantate dall’altro e dal suo percorso. Sono in coppia ma sono intere, integre. 

Una Grazia, credo. Perché l’Amore in fondo è questo: una Grazia, un Dono, un dio che si manifesta quando decide lui. Forse noi umani non possiamo scegliere. Non tutte le anime si guadagnano la possibilità di vivere l’Amore in questa vita. Ma tutte le Anime stanno camminando verso l’Amore. E ogni relazione è un pezzo di strada. Non esiste relazione sbagliata. L’importante è imparare, è accorgersi delle dinamiche, delle dipendenze, delle paure che si attivano, e cambiare il copione. Prima che ci pensi la vita, complicando tutto, e rendendo il cammino sempre più impervio. Con le malattie, per esempio, o i problemi economici, gli incidenti, i fallimenti, la morte.

Fateci caso. 

Con amore,

Roberta Turci

Memorie, di Roberta Turci

Per molti anni, credo dopo aver visto il film Olocausto al Cineforum (era il 1979), ho rimosso i contenuti e gli avvenimenti legati alla Shoah. A scuola ero brava, ma odiavo la storia, e per fortuna “quella” era troppo recente perché i programmi scolastici mi costringessero a studiarla bene. E comunque, quello che mi hanno fatto studiare, è come scivolato via. Qualche anno fa, per un po’ di tempo, ho persino preso in considerazione la teoria dei negazionisti.

Non poteva essere successo davvero. Provavo – e provo ancora – un male fisico ogni volta che mi soffermavo a pensarci.

Qualche volta, riferendomi a vicissitudini dolorose della mia vita attuale, scherzando ho pensato a voce alta di essere una reincarnazione di Hitler, tornata a pagare il conto.

Quando, un paio di anni fa, mi sono sottoposta a sessioni di regressione evocativa, o ipnosi regressiva alle vite passate, ho “scoperto” di non essere stata Hitler, ma un suo stretto collaboratore.

Faccio una doverosa premessa sulla cosiddetta ipnosi regressiva. Quando si vive un’esperienza di quel tipo, fondamentalmente viene indotta una condizione di rilassamento profondo che corrisponde a una sorta di “disattivazione” dell’emisfero sinistro (quello logico-razionale), e progressivamente si ottiene un’attivazione dell’emisfero destro, quello creativo-intuitivo. L’emisfero destro è il canale attraverso il quale l’anima comunica con il corpo e con la mente: ci accompagna in un luogo fuori dal tempo, nell’etere, o Akasha, dove sono conservate le memorie di tutti i tempi. L’emisfero destro comunica per immagini, simboli, archetipi. Pertanto, indipendentemente dalla possibilità di verificare se sul piano materiale, in un punto preciso del Tempo, qui sulla Terra, abbiamo davvero avuto quel nome e quel corpo e abbiamo vissuto in quel luogo, con una regressione evocativa si portano alla memoria cosciente, immagini che sono da sempre presenti nel nostro inconscio. Ma ciò che è nascosto, relegato nel buio del mondo infero, è infinitamente potente. Richiamare quelle immagini toglie loro potere e lo riconsegna nelle mani della personalità che, nel qui e ora, sta svolgendo il compito consegnatole dall’anima.

Poco importa, quindi, avere la prova che le cose siano andate veramente così. Quello che conta è che l’anima ha registrato quell’immagine, e ha in sé quella qualità energetica, ed è perciò necessario riconoscerla e integrarla per toglierle potere. Le immagini che emergono dall’inconscio vanno dunque pacificate, e questo processo non può essere fatto a livello mentale, ma solo energetico.

La mia anima, a qualche livello, ha indossato un abito nazista, ha servito le SS, ed è stata incapace di provare compassione anche per le persone più care; nel momento del distacco dal corpo in quella vita, ha realizzato l’atrocità del sistema a cui si era asservita la personalità. La morte è sopraggiunta in completa solitudine e disperazione, vedendo alfine l’importanza dei sentimenti veri e di prendersi cura dell’altro, del diverso. L’abito che ha lasciato era quello di un colonnello ungherese naturalizzato austriaco al servizio delle SS, un uomo che per sete di potere e denaro, si è fatto schiavo di un sistema che non ha poi esitato ad abbandonarlo, e ha rinunciato ad affetti e umanità.

In questa vita, il primo vestito di carnevale che ho scelto è stato quello tradizionale ungherese. La lingua  tedesca non ha mai avuto un suono duro per le mie orecchie. La mia pronuncia, anche al libello base, era ottima. Mia mamma, quando ero adolescente, diceva che ero una tedesca, dura e fredda. E testarda.

Forse il male fisico che sento quando si parla di Shoah è senso di colpa, è vergogna profonda per aver partecipato a quell’orrore.

In famiglia se ne parlava. Il fratello di mio nonno paterno fu ucciso a Mauthausen. Nascondeva gli ebrei nei sotterranei di quella che oggi è la Libreria Esoterica di via Unione a Milano. Mio nonno faceva l’intagliatore di legno, e preparava i timbri per falsificare i documenti. Mio padre, allora bambino, li portava di nascosto allo zio, che, quando fu arrestato, non rivelò mai la complicità del fratello, già sposato e padre, per proteggerlo. Il suo nome figura nell’elenco dei deportati italiani morti a Mauthausen, nel testo di Vincenzo Pappalettera ‘Tu passerai per il camino’ – (Mursia, 1965). Ricordo quando mio nonno, il mio caro nonno Vittorio, ne parlava. Ha sempre portato un’infinita tristezza nel cuore in memoria del suo amato fratello Placido. Volle essere cremato alla sua morte, come lui lo era stato da vivo.

 

A pensarci bene, credo che siano molte le anime incarnate in questo tempo, che hanno indossato “abiti” nazisti all’epoca della Shoah, o altri “abiti” comunque coinvolti in gesti efferati, in guerre, in azioni violente e ingiuste. Credo che nella storia del mondo ci siano stati e ci siano ancora olocausti e Shoah, forse meno eclatanti ed evidenti, ma non meno tragici. Ciclicamente, le anime si incarnano nel ruolo di vittime e di carnefici, fino a che non imparano la lezione suprema, l’Amore incondizionato. L’Universo ha metodi imperscrutabili per farci evolvere e procedere verso l’Assoluto.

Credo semplicemente che nulla è accaduto (né ACCADE!) ad altri, in un luogo straniero, diverso, inaccessibile alle coscienze. Nulla è tanto lontano, né nel tempo né nello spazio, da non riguardarci.

Credo che la Giornata della Memoria sia, come tutte le celebrazioni, profondamente inutile se non ci chiediamo quale memoria stiamo usando. Quella della mente razionale, o quella dell’anima? Quella legata al tempo lineare, che fa apparire il passato immutabile, o quella fuori dal tempo, eterna eppure mutabile?

Credo che ogni anima debba fare i conti con se stessa, nel proprio mondo infero. Le cause non sono mai fuori. Le cause, che non sono altro che manifestazioni sul piano materiale di un effetto già deciso, perché necessario all’evoluzione, sono dentro. E su quelle abbiamo sempre potere, se lo vogliamo. Possiamo sempre cambiare le cose, anche quando sembra di no.

Se ricordiamo con la mente, domani dimentichiamo.

Se ricordiamo con l’anima, siamo sempre lì, con quello che è stato, è e sarà, e possiamo cambiarlo. Non è un ricordare, è un risvegliare, contattare, abbracciare quello che è stato, inondarlo di compassione e Amore, e pacificarlo. Per sempre.

Solo così, potremo evitare che accada ancora.

Con amore,

Roberta

COSA SIGNIFICA SACRIFICARSI?

Tu sai cosa significa davvero SACRIFICARSI?
Forse per una vita hai chiamato sacrificio quello che in realtà era una negazione di te stesso.
Forse per una vita hai pensato che lo spirito di abnegazione, che per te è sinonimo di sacrificio, fosse qualcosa di cui andare fieri.
Non è colpa tua. Per secoli ci hanno insegnato che lo spirito di abnegazione è una nobile qualità. E ci hanno volutamente fatto credere che rinunciare a se stessi sia un valore.
E così ti sei spesso negato la serenità, la pace, un guizzo negli occhi, un talento, un rischio, per rimanere al servizio di chi nemmeno si accorgeva della differenza tra te e un altro, o un’altra.
Forse hai perso cose, persone, occasioni, per riservare tutte le tue energie a legami insani.
Forse la malattia di qualcuno ti ha immobilizzato, trattenuta, ammutolito.
O magari il denaro ha creato un aggancio tra te e altre persone, stringendo sempre più i nodi.
E più gli anni passano, e più i fili si ingarbugliano, più le situazioni si complicano.
Le chiami responsabilità.
Arrivi persino a chiamarlo amore.
Ma c’è un limite. E quel limite è il valore che ha la tua vita.
Se ti lasci trattenere dove non c’è spazio per te, tu stai negando vita ai tuoi giorni, e quello non è spirito di sacrificio.
Quello è rinunciare a se stessi per la convinzione inconscia e profonda di non valere niente e non meritare niente.
Tu dai continuamente tempo ed energie agli altri per non perdere un ruolo.
Chiediti se le persone per le quali “ti sacrifichi”, danno valore alle tue rinunce, o semplicemente hanno bisogno di qualcuno che si carichi dei loro pesi.
Chi ti ama, non ti chiederebbe mai di rinunciare a te.
Chiediti se le persone per le quali “ti sacrifichi”, vogliono davvero il tuo sacrificio.
Non ti dai per amore. Tu dai perché hai bisogno dell’illusione di servire a qualcosa. Perché hai paura del vuoto, della solitudine.
Il vero sacrificio è un dono, e agisce nella gioia, anche quando c’è sofferenza e fatica.
Privandosi, si arricchisce.
Chi si dedica a qualcuno per vero spirito di sacrificio, è grato per l’opportunità di esserci, e non concede più di quello che ha.
Sacrificarsi significa donarsi, celebrando la propria vita.
Ma se neghi te stesso, te stessa, non puoi avere nulla da donare.
Forse è ora di rivedere il tuo sistema di valori.
Forse quella che tu chiami abnegazione, non è un valore, è un bisogno. Il tuo.
Roberta

#sicurezzaemotiva_1: Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio, di Roberta Turci

Puoi celebrare un perfetto sconosciuto per ciò che scrive, per le sue performance sportive, per come canta, suona o balla, per l’impero che ha costruito. Ma se a fare qualcosa di buono è qualcuno che conosci bene, e che magari definisci anche amico o amica, non puoi permetterti di riconoscerlo. E non parliamo proprio dei familiari. Ci hai fatto caso?

Esempio: non ti perdi un concerto della Pausini e sai tutte le sue canzoni a memoria, ma la tua compagna di scuola che è diventata una cantante famosa, ti sta antipatica e pensi che di sicuro ha pagato (in vari sensi) per raggiungere il successo (a meno che non ti sia utile in qualche modo. In tal caso le fai un sacco di complimenti, ma di fatto ai suoi concerti non vai e non compri i suoi dischi, né promuovi la sua musica).

L’effetto specchio con le persone che si relazionano con te, è sempre in agguato. ”Posso riconoscere il tuo valore solo se ho già riconosciuto il mio.”

In sostanza: esercizi continui per l’ego, che deve morire.

Ma la ricerca di riconoscimento è insita nella natura umana. È non sentirsi riconosciuti che attiva le ferite, che costringe prima o poi a sostenersi da sé, a diventare grandi, ad andare avanti ascoltando il proprio cuore senza aspettarsi premi e medaglie.

Se è vero che abbiamo bisogno di amore, e non di applausi, a volte un applauso scalda il cuore, sentirsi sostenuti aiuta a procedere più sicuri. Per questo, dovremmo sforzarci di incoraggiare le persone anche quando sarebbe più facile criticarle o tacere.

Per molti, molti anni ho detestato quelli che si autocelebrano, e ancora oggi, il mio ego spesso sussulta. Ma adesso so perché lo fa. E lo smaschero subito: “vorresti dire che sei più brava tu, vero? Che quello/a lì fa un po’ pena, che tu lo faresti meglio…ma ti hanno detto che non si fa, che chi si loda s’imbroda, che le persone davvero intelligenti, tacciono e agiscono in silenzio”. Uff che noia. Allora perché gli altri lo fanno e funziona?

Dare voce al bambino interiore a volte sembra funzionare. Ma alla lunga non funziona più. Molto meglio riderci su, e dire a se stessi: ok, dai, datti da fare, qui c’è ancora lavoro per te!

Tra l’altro, ho scoperto una cosa bellissima! Ogni volta che incoraggio, sostengo, esprimo ammirazione per qualcuno, sento una grande gioia e fa bene anche a me.

Comincia col dare agli altri ciò di cui hai bisogno tu. E vedrai che torna…

Siamo tutti connessi: quando decidi di accorgertene, è evidente!

La sicurezza emotiva si conquista anche così.

È un tema caldo di questi tempi. #sapevatelo #lavoriamocisu #sicurezza #cuore #siamouno

Roberta

Riflessioni di fine anno, di Roberta Turci

Il 2018 è stato per me un altro anno di grande crescita. Intenso, costruttivo, emozionante. Ho spezzato schemi, modificato dinamiche, deposto armi. Ho smesso di combattere contro quello che avvertivo come un freno. Mi sono arresa, l’ho lasciato fare. Ho imparato a stare nella gratitudine, ogni giorno. Prima lo dicevo a parole. Adesso è un’emozione, vera, profonda. È una vibrazione che sento, e mi dà forza a ogni passo. Ho mostrato più spesso il dolore, e molto meno la rabbia. Non ho più paura che gli altri vedano la mia vulnerabilità. Certo, non la offro in pasto a chi non la saprebbe accogliere. So proteggermi.
Ogni tanto ho ancora voglia di prendere qualcuno a sprangate nei denti. È dolore che ancora non va via… E so che ogni ostacolo è un’occasione per superare un altro limite.
Ma sono sicuramente molto più sulla mia strada, molto più simile a me. Faccio cose che amo, incontro sempre più persone che vibrano alla mia frequenza, so accogliere quello che arriva e riconoscerne il valore. Lascio che il mio corpo si esprima e imparo a prendermene cura, ogni giorno un po’ di più. Anche in questo ho ancora molto da fare… Ci sono persone che mi vedono per quella che sono, e persone che forse non ci riusciranno mai. Per questo a volte è immensa la gioia, altre è infinito e profondo il dolore. Ci sono cose che ancora fatico ad accettare, pur comprendendo che sono funzionali alla mia crescita. Ogni tanto sono stanca di crescere, e mi sento come se certe lezioni fossero riservate solo a me, ma ho imparato ad accorgermi in fretta delle vecchie ferite che si attivano a tradimento, e le guardo, le accarezzo, le curo. Non mi fregano più. 😏 Sono sicura che arriveranno nuove sfide, che qualcosa ancora emergerà dall’ombra, che mi sorprenderà. E mi sembrerà che tutto sia stato inutile, e mi sentirò sprecata, sola, spaventata. Ma sono anche sicura che saprò attingere alle risorse che ho finalmente attivato, al mio coraggio, alla mia forza, e saprò trasformare ogni ombra, come sempre. E so anche che la vita saprà sorprendermi con la gioia di miracoli inattesi, come già è accaduto quest’anno… Oggi mi è rimasto lo stesso rimpianto di un anno fa: nemmeno nel 2018 ho visto il mare. Rimedierò presto, questa volta lo farò davvero. Ho comunque navigato nel mio oceano interiore ogni giorno, sono annegata nelle emozioni e riemersa ogni volta, ho costruito zattere con relitti e superato barriere di sassi e corallo. Ho cavalcato onde anomale, gettato salvagenti. Qualche volta, li hanno gettati a me. Ho scrutato l’orizzonte, ammirato albe e tramonti, mi sono lasciata cullare dalle acque, e sono approdata sulla riva. Ma è già tempo di ripartire, infinitamente grata per tutto ciò che è stato, per ciò che è e per ciò che sarà. 🙏

💖robi💖

ASTRO-TUTORIAL per neofiti: come individuare le lunazioni nel proprio Tema Natale

In questo video trovate indicazioni su come leggere la carta natale, individuare i gradi ai quali si verificano eventi astrologici significativi e dare un’interpretazione sulla base della casa o delle case interessate.

AstroTutorial

Spero vi sia utile!

Alla prossima!

Roberta

22 dicembre 2018: Luna Piena in Cancro, la quiete prima della tempesta

L’ultimo Plenilunio dell’anno illumina le nostre emozioni, avvolgendole di tenerezza e calore, con la complicità dell’atmosfera natalizia: è la quiete prima della tempesta.
Subito dopo il Solstizio d’Inverno, con il Sole appena entrato nel segno del Capricorno, la Luna, a 00°49′ del Cancro, si fa piena il 22 dicembre alle 18:49 nella propria dimora.
C’è una gran voglia di casa, di famiglia, di sentirsi avvolti e protetti, al sicuro. Il nostro bambino interiore reclama il suo nido, il nutrimento, il senso di appartenenza.
L’asse sollecitato è lo stesso dei Nodi Lunari, quello che sarà fortemente interessato dalle Eclissi del 2019, la prima delle quali sarà il 6 gennaio, in concomitanza con il primo Novilunio del nuovo anno, proprio nel giorno in cui Urano riprende il moto diretto… e sarà tempesta!
Questa quiete ovattata del Plenilunio pre-natalizio è dunque solo apparente.
Il bambino che siamo stati, con tutte le sue ferite, i suoi vuoti, le sue paure, si trova di fronte all’adulto che siamo diventati, e chiede spiegazioni: “Perché ti prendi cura degli altri e non di me? Perché ti preoccupi di cosa pensano di te, e non di far vibrare il tuo cuore?
Diamo agli altri quello di cui noi stessi abbiamo bisogno. Questa è la verità.
Prendersi cura di tutti, rendersi indispensabili, essere sempre disponibili è una forma di potere, una sottile strategia di manipolazione per non restare soli, per avere apprezzamento e riconoscimento. Ma alla lunga non funziona più. Come non funziona cercare di corrispondere a modelli, a schemi, o controllare eventi e persone per sentirsi al sicuro.
Se non siamo veramente in ascolto di ciò che chiede il nostro cuore, prima o poi ci perdiamo.
Se non impariamo dagli avvenimenti spiacevoli e dolorosi, la vita rincara la dose finché non comprendiamo.
Se quello che facciamo per gli altri non viene da un cuore appagato, arriva il momento in cui ci sentiamo consumati, ci ammaliamo, cerchiamo compensazione nel cibo, nel rumore, in ogni genere di evasione pur di non sentire il vuoto. Finché non basta più niente.
Il nostro bambino interiore vuole essere nutrito. Un cuore vuoto non può riversare nulla in altri cuori. 
E allora, ecco che questa quiete può diventare il silenzio dal quale si fanno sentire le lacrime mai piante o nascoste. Ecco che all’improvviso guardi in faccia le tue ferite e decidi di non essere più vittima di quel dolore mai veramente accolto e trasformato.
All’improvviso, ti accorgi che puoi cambiare. Modo, comportamento, strada, vita.
Ti accorgi che puoi accogliere la tua vulnerabilità, che puoi amare te stesso, il tuo corpo, il tuo presente, puoi onorare la tua vita, celebrarla in ogni piccolo gesto, rispettandoti.
Si dice che a Natale siano tutti più buoni. In realtà sono tante le persone che si lamentano di essere troppo buone, ma nessuno lo è. 
Se quello che fai, lo fai col cuore, non penserai mai di essere troppo buono. Il cuore di chi ama se stesso non mendica nessun genere di attenzione o riconoscimento: è già ricco così!
Ma se pensi di essere troppo buono, se ti senti in credito con la vita, è perché il tuo bambino interiore sta gridando. Ascoltalo, abbraccialo, nutrilo. Gioca con lui.
Se non impari ad amarlo, se non impari ad amarti, non avrai mai nulla da dare veramente. E ogni tuo gesto sarà la mano tesa di chi elemosina surrogati d’amore. 
Il tema dell’amore di sé diventa sempre più urgente, cresce di intensità di mese in mese, e richiama la nostra attenzione usando tutta la sua potenza.
Ma cosa significa davvero amare se stessi?
Significa trovare il tempo per fare ciò che ci entusiasma, che non ci fa sentire la stanchezza, che ci fa battere il cuore e brillare gli occhi, significa saper dire di no quando è troppo, assumersi le responsabilità senza calpestare se stessi, rispettare il proprio corpo, riconoscere la propria anima, allontanarsi da chi ci usa, ci ricatta, ci fa sentire in colpa, non ci sostiene e non ci valorizza, significa tenere le distanze dalle lamentele sterili e dalle persone che si appoggiano a noi, delegandoci la loro felicità. Significa scegliere di avere accanto solo chi accende il nostro sguardo, perché ha riconosciuto prima di noi la luce che abbiamo dentro. Significa non avere paura di essere felici.
Accendi in te tutte le luci, e riconosciti il diritto di goderti questo viaggio meraviglioso che è la vita!
Te lo auguro dal cuore, e lo auguro anche a me.
Un abbraccio di Luce
Roberta

23 novembre: Luna Piena in Gemelli, di Roberta Turci

Venerdì mattina, 23 novembre, alle 6:39, la Luna sarà Piena, a 00°52′ del segno dei Gemelli.

Ci sono ben 7 pianeti in segni mobili: Sole, Mercurio e Giove in Sagittario, Luna in Gemelli, Marte, Nettuno e Chirone in Pesci. Tutto cambia velocemente!

Particolarmente interessati da questa Luna coloro che sono nati nei primi giorni di Gemelli, Sagittario, Vergine e Pesci, o che hanno pianeti o angoli del cielo tra 0° e 2° dei segni mobili, ma anche i nati degli ultimi giorni di Toro, Scorpione, Acquario e Leone o con pianeti e angoli del cielo intorno ai 28-29° dei segni fissi,

Mercurio, governatore dei Gemelli, e quindi Signore di questa Luna, è retrogrado in Sagittario: è tempo di contemplazione, di riflessioni, di introspezione. Giove, congiunto a Sole e Mercurio, amplifica sensazioni ed emozioni, e rischia di portar fuori in modo incontrollato quello che non si riesce più a nascondere…

Mercurio è quadrato a Nettuno: è necessario aprire il canale dell’intuizione e dell’immaginazione. La logica e la razionalità non ci sostengono in questo momento di fortissimi cambiamenti. Potremo sentirci confusi, e anche irritabili e intolleranti. Non è ancora il tempo dell’azione.

Tra l’altro, Nettuno torna diretto domenica 25: verranno alla luce segreti, soprattutto per chi ha pianeti o angoli del cielo agli ultimi gradi di Cancro e Capricorno, dove si trovano ora i Nodi Lunari, che formano una croce con Venere e Urano, opposti sull’asse Ariete/Bilancia. Molte persone si troveranno “costrette” a riconoscere parti di sé che avevano rimosso o volutamente ignorato. Emergeranno i conflitti tra appartenenza e libertà. Diventa sempre più difficile rimanere in un “posto” solo per dovere.

Siamo alla ricerca della nostra verità, che è solo nostra, ma proprio per questo è l’unica valida, autentica. C’è qualcosa in noi che viene a galla, che chiede di essere espresso, le emozioni premono per rivelarsi ed esprimersi, ma non sanno ancora dove e come. C’è tensione, ed è bene non scaldarsi troppo. Ma è comunque necessario accogliere quello che arriva e lasciare che trovi la sua strada.

Marte quadra Sole, Luna, Mercurio e Giove: la rabbia preme. Forse è rabbia verso di sé, verso la propria incapacità di mostrarsi, di dichiarare i propri bisogni, di esprimere i propri desideri. Bisogna lasciare che tutto fluisca, nel rispetto di sé e degli altri, sempre. Ma deve fluire, deve uscire, altrimenti sarà il corpo a esprimere tutti i disagi…

Siamo in un momento di cambiamenti epocali, in cui un nuovo paradigma sta facendosi largo. Molte persone sono pronte a lasciare andare completamente un certo tipo di modelli relazionali. Stiamo imparando ad amare noi stessi, a darci valore, a chiedere quello che ci spetta, quello che meritiamo. Possiamo dare voce alla nostalgia, al sentire, alla voglia di vibrare, di cantare, di tremare. Stiamo imparando un nuovo modo di comunicare. Con gli occhi, con il cuore, senza bisogno di troppe parole.

Buon Plenilunio!

Roberta

La morte deve insegnarci ad amare di più la vita

Ricordo che avevo poco più di sei anni la prima volta che ho incontrato la morte. Un mio compagnetto delle elementari era stato investito da una macchina, e noi tutti siamo andati al suo funerale. Ricordo bene che c’era tanta gente, piangevano e si disperavano, e io in silenzio osservavo. Dentro di me mi chiedevo: “ ma staranno piangendo perché Robertino non ha più una vita da vivere, o perché a loro mancherà Robertino?” Non ho mai osato fare questa domanda a nessuno, ma la risposta me la sono data da sola negli anni a venire. Di fronte alla morte di qualcuno che amiamo, è la mancanza che ci spezza il cuore. Il dolore è figlio dell’attaccamento.
Succede anche quando le relazioni finiscono perché uno dei due se ne va. Non vuoi vedere l’altro felice. Vuoi che resti. Anche se non lo ami. Anche se non vuole restare.
Ogni abbandono è un po’ morire. Solo che la morte è più onesta, perché ti toglie anche la speranza. A volte penso che sia più facile rassegnarsi alla morte di qualcuno che a un abbandono: la morte ti toglie dall’attesa, dalla speranza che quella persona torni per dirti “ho sbagliato, non posso stare senza di te”. È sempre tutto un gioco di specchi: vediamo il nostro valore riflesso in quello che gli altri fanno o non fanno. Un bambino piccolo che perde sua madre penserà sempre che lei l’ha lasciato solo perché lui non meritava il suo amore. L’essere umano ha bisogno di sentirsi accolto e nutrito. Qualunque distacco ti lacera dentro, come se ti strappassero un lembo di carne…
E invece la morte è un ritorno a casa, è un varco che si apre verso l’Assoluto. È l’altra faccia dell’Amore, il ricongiungimento con la nostra vera natura. Ma noi esseri umani la temiamo così tanto che ci raccontiamo un sacco di bugie per sopravviverle.
Quando qualcuno muore, pensiamo che da quel momento sarà una specie di santo protettore, dimenticando che il viaggio di un’Anima continua, e i morti hanno altro da fare che proteggere i vivi…
E poi i morti diventano tutti perfetti, come se la morte fosse una specie di amnistia. Qualcuno che da vivo non ti ha amato e rispettato, diventa nella memoria l’unica persona capace di amarti davvero.
E se non hai mai abbracciato quella persona, se non le hai mai detto quanto la amavi, di fronte alla sua morte ti accorgi di aver sprecato vita, ti senti in colpa, vivi nel rimpianto.
È facile onorare i morti, farli diventare idoli, o per meglio dire, alibi e rifugi.
La parte più difficile è onorare i vivi e la vita, mentre c’è.
E poi, di fronte alla morte di qualcun altro, pensi inevitabilmente alla tua. Se potessi guardarti indietro come se fosse il tuo ultimo istante, sapresti quello che vuoi cambiare. Ma il recinto sicuro in cui ti sei rinchiuso, in un attimo ti inghiotte di nuovo, e tu dimentichi tutto. Dimentichi che sei venuto al mondo per onorare la vita. E soprattutto te stesso.
La paura della morte ci dice quanto abbiamo paura di essere vivi!
La morte deve solo insegnarci ad amare di più la vita. La nostra vita.
Perciò ama la tua vita. Amala adesso!

Roberta Turci